La visita della principessa del Galles a Reggio Emilia rappresenta la consacrazione definitiva del Reggio Approach come fenomeno pedagogico globale. Kate Middleton arriverà per osservare da vicino quel modello educativo elaborato da Loris Malaguzzi che da decenni viene celebrato in tutto il mondo come una delle eccellenze italiane più studiate nel campo dell’infanzia. È il coronamento simbolico di un successo internazionale straordinario: Reggio Emilia come capitale mondiale della pedagogia, Reggio Children come marchio culturale riconosciuto da università, governi, fondazioni e sistemi educativi di mezzo pianeta.
Ma proprio nel momento della massima legittimazione internazionale emerge con sempre maggiore evidenza la fragilità strutturale del sistema.
Perché dietro il racconto pubblico dell’eccellenza esiste una questione che la politica locale continua a rimuovere: il modello, nelle sue forme attuali, non è economicamente sostenibile nel lungo periodo.
I numeri sono impressionanti. Il sistema comunale 0-6 assorbe complessivamente circa il 22,2% della spesa corrente del Comune di Reggio Emilia. Più di un quinto del bilancio corrente municipale viene destinato ai nidi e alle scuole dell’infanzia. Una quota enorme. Probabilmente unica in Italia per dimensioni relative. Un investimento che racconta la centralità storica attribuita all’educazione, ma che allo stesso tempo rende evidente la rigidità finanziaria del modello.
Il problema è semplice: il Reggio Approach costa moltissimo. E costa moltissimo proprio per le ragioni che ne determinano la qualità. Personale altamente qualificato, rapporto educativo elevato, atelier, coordinamento pedagogico permanente, documentazione, progettazione continua, spazi sofisticati, formazione costante. Non esiste una versione low cost del modello reggiano. Se si comprimono questi elementi, si smonta l’architettura stessa del sistema.
Per decenni Reggio Emilia ha potuto sostenere questo impianto grazie a condizioni storiche eccezionali: una forte capacità fiscale locale, una lunga egemonia politico-culturale, una demografia favorevole, un consenso sociale quasi unanime sull’investimento educativo. Oggi però lo scenario è radicalmente cambiato. I costi del personale crescono, la finanza locale si restringe, la pressione sulla spesa sociale aumenta, la denatalità riduce gli utenti senza abbattere in proporzione i costi fissi del sistema.
Ed è qui che emerge la contraddizione centrale. Mentre il Reggio Approach si espande nel mondo, la sua sostenibilità locale si indebolisce.
Negli ultimi anni Reggio Children ha progressivamente assunto una dimensione che va ben oltre il sistema educativo municipale originario. Oggi significa internazionalizzazione, formazione globale, consulenza, editoria, partnership accademiche, reti culturali, fundraising, governance articolata tra Istituzione comunale, Fondazione e società collegate. È diventato un ecosistema internazionale. E inevitabilmente un ecosistema di questo tipo tende a cercare nuove fonti di finanziamento.
La domanda allora non è se entreranno soggetti privati. La domanda è quanto peseranno nel futuro del sistema.
Perché è difficile immaginare che un Comune, da solo, possa continuare a sostenere indefinitamente una struttura che assorbe oltre il 22% della propria spesa corrente mantenendo contemporaneamente qualità elevata, universalità del servizio e rette relativamente contenute.
Il punto non è la privatizzazione nel senso classico del termine. Il punto è qualcosa di più sofisticato e probabilmente già in corso: una progressiva trasformazione della governance attraverso fondazioni, partnership, filantropia internazionale, cooperazione pubblico-privato, servizi ad alta specializzazione e crescente dipendenza da reti economiche esterne al perimetro municipale.
Paradossalmente, il successo mondiale del Reggio Approach accelera questa trasformazione. Più il marchio cresce, più aumenta la necessità di strutture autonome, investimenti, relazioni internazionali, capitali e soggetti finanziatori.
La visita di Kate Middleton rende tutto questo ancora più evidente. Il mondo continua ad ammirare Reggio Emilia come laboratorio educativo ideale. Ma mentre il prestigio internazionale raggiunge il suo apice, il modello originario entra nella fase più delicata della sua storia.
Perché il vero rischio non è il declino culturale del Reggio Approach. Quello appare improbabile. Il vero rischio è che, per sopravvivere economicamente, il sistema debba progressivamente allontanarsi dalla propria natura originaria: un’esperienza profondamente pubblica, municipale, universalistica e politicamente sostenuta dalla comunità locale.
Ed è questa la discussione che, a Reggio Emilia, nessuno sembra ancora voler affrontare apertamente.







La cosa veramente scandalosa è stato che chiedevano contributi (volontari, ma insomma, stando lì facevi fatica a dire di no) per il materiale didattico per le loro mostre vetrina. Perfino le torte che i genitori portavano per le feste, erano in vendita (ma non ho idea, per questo, a cosa fossero poi dedicati i soldi raccolti).
Giuste le considerazioni del direttore. Investimento rilevante, difficilmente sostenibile senza ripensamenti sulla committenza e sulla qualità. Ma è ancora attuale questa intensità di investimento per Reggio? È ancora adeguato alla evoluzione demografica, al disagio che manifestano gli adolescenti, alle difficoltà dei vecchi, alle attuali emergenze e priorità degli ultimi decenni? Non è una domanda polemica, di quelle che hanno già una risposta, ma un dubbio reale sul focus, sulle priorità dell’impiego di risorse certo non infinite.
Quando l’estroso inventore non sarà più in grado di reggere economicamente il peso della propria immensa creazione, per sopravvivere gli basterà vendere il brevetto – magari all’estero: da Reggio Approach a Approccio Londinese è un attimo – e molto più modestamente campare di piccole royalties secondarie, nella ripresa mediocrità muto rimembrando i propri fasti passati.