E se la Rcf Arena non servisse più? Domanda eretica, per molti. Ma le eresie, ogni tanto, aiutano a capire la realtà. La realtà dice che il progetto originario è sostanzialmente fallito. Il matrimonio tra politica, istituzioni, industria locale, cooperazione e finanza doveva produrre un modello. Ha prodotto un problema. Il 2026 doveva essere l’anno del rilancio. Assomiglia molto di più all’anno della resa.
Nel frattempo il mercato è cambiato. Dal 2017 a oggi la concorrenza tra grandi venue si è moltiplicata. Campovolo era nato attorno a un artista, Luciano Ligabue, e a un manager, Claudio Maioli. Poi le strade si sono divise, i progetti anche. E quando la visione si perde, restano le strutture. Molto grandi. Molto costose.
La società C.Volo naviga nella nebbia e il Comune è arrivato a gestire la partita privo di esperienza. Ora siamo davanti a una domanda semplice: chi avrà voglia di rimettere in moto la macchina? E soprattutto, perché dovrebbe farlo?
Forse il punto è un altro. Forse Reggio Emilia non ha bisogno di un’arena da centomila persone. Forse avrebbe bisogno dell’esatto contrario: uno spazio coperto da dieci o ventimila posti, vivo dodici mesi l’anno, sostenibile, flessibile, capace di ospitare concerti, spettacoli, eventi, tecnologie. Una versione contemporanea del vecchio Palasport di via Guasco.
In Europa e negli Stati Uniti questi luoghi esistono ovunque. Funzionano perché hanno una misura. I gigantismi, invece, hanno un difetto: prima o poi chiedono conto della propria grandezza. E la provincia, quasi sempre, presenta il conto.






Un tempo la definivano la “grandeur” e pareva un vizio dei francesi. I “gigantismi” è la versione moderna, mettere Reggio al centro del mondo, ci si è riusciti con “gli asili più del mondo” perché non con altri mezzi. Con le opere di Calatrava qualcuno profetizzava che turisti, soprattutto i giapponesi, dopo Roma, Firenze e Venezia, non potevano mancare di far tappa a Reggio, per ammirare le opere dell’Archistar. Si è visto, opere infrastrutturali in periferia, in zona industriale, utili certamente, ma basta un’occhiata per chi passa in autostrada. E qualcuno, competente in materia, ironizzava su un ponte a campata unica quando si poteva avere un appoggio intermedio, tra l’autostrada e l’AV. Abbiamo realizzato uno stadio tra i più belli e funzionali d’Italia, col tempo rivelatosi utile per il Sassuolo calcio, e così il traffico in zona Reggio Nord non manca anche nei giorni festivi. Poi l’Arena al campovolo, pensando che i centomila giovani o anziani interessati a quei generi di musica non-musica possano anche trovare interesse a passeggiare, e spendere, in centro città. Quale vantaggio per la città, a parte gli albergatori e i venditori di bibite?. Ora il nuovo “teatro per concerti” auspicato (giustamente in alternativa all’Arena) dal Direttore, che ovviamente dovrà realizzarsi nella Reggio Nord, perché non basta il polo scolastico, il tribunale, lo stadio, i Petali, L’Ariosto, la stazione AV, l’area industriale, il Tecnopolo alle ex Reggiane. Bisogna pur sempre garantire per la zona un traffico intenso permanente. Tanti anni fa , frequentando l’università a Modena un collega di studi mi diceva di un diffuso detto locale (mi scuso per gli errori di dialetto modenese) “mia tot i mat sono a Rez”.
Analisi interessante…sulla carta Reggio, al centro di mille vie di comunicazione, avrebbe tutti i crismi per poterla farla funzionare, sia nella versione per maxi eventi, sia per concerti e festival che non prevedano che “poche” migliaia di persone.
Di certo una soluzione anche al chiuso rappresenterebbe un bel plus, da farla funzionare tutto l’anno e non solo nel periodo estivo. Manca la testa, il management “illuminato” e competente in primis, che di certo dovra’ essere slegato dalle solite patetiche logiche campanilistiche e dalle reti di amichetti e conoscenti viste fino ad ora. Speriamo cali qualcuno da Urano, perche’ qui nelle vicinanze, neanche coi cani da punta staniamo un profilo adatto…..