La faglia si allarga

AfD Germania – IGAFD

La Sassonia-Anhalt non è lontana. Ci dice che in Europa si è allargata la faglia decisiva dei prossimi anni: immigrazione e sicurezza. È su questa linea che presto voteranno i francesi, poi gli spagnoli e gli italiani. Ed è qui che possono saltare vecchi equilibri, appartenenze, sistemi di potere.

Il 43,8 per cento conquistato dall’AfD non è una storia tedesca. Anticipa una questione europea. Fra pochi giorni saranno venticinque anni dall’11 settembre 2001. Le Torri Gemelle aprirono il XXI secolo annunciando che il resto del mondo non stava diventando come noi. Il terrorismo jihadista mostrò il volto estremo di un conflitto fra concezioni della persona, della religione, della comunità, della legge, della donna, della libertà. Da allora abbiamo preferito distinguere, attenuare, rimuovere.

L’Europa uscita dalle guerre aveva costruito pace, welfare, prosperità, emancipazione femminile, libertà individuali, diritti civili, scienza, cultura, separazione fra religione e Stato. Le generazioni successive hanno considerato queste conquiste naturali e irreversibili. Non lo erano. Abbiamo confuso l’universalità dei diritti con l’universalità delle culture, immaginando che chi fosse arrivato qui avrebbe finito per condividere il nostro stesso sistema di valori.

Il cortocircuito è già nelle città. Stazioni, periferie, spaccio, aggressioni, zone che soprattutto la sera diventano meno frequentabili. Immigrazione irregolare, marginalità, criminalità e mancata integrazione sono fenomeni diversi, ma in troppe realtà si sovrappongono. Per anni abbiamo parlato di “percezione di insicurezza”, come se il problema fosse nella testa dei cittadini. Quando si evita una stazione, una strada o una piazza, è libertà che si perde. Una società libera non può chiedere ai propri cittadini di accettare la progressiva riduzione dello spazio pubblico.

È caduta anche l’idea che il tempo avrebbe risolto l’integrazione. Le seconde e terze generazioni sono nelle scuole, nel lavoro, nelle istituzioni. Molti sono italiani ed europei senza bisogno di aggettivi. Esistono però comunità che restano separate e giovani nati qui che costruiscono la propria identità in opposizione alla società nella quale sono cresciuti. La cittadinanza formale non produce da sola appartenenza.

La sinistra ha aggiunto a questo errore un altro equivoco. Il caso più evidente è la Francia di Mélenchon, che ha costruito una parte della propria strategia elettorale cercando consenso nelle periferie e nell’elettorato musulmano. In Italia il fenomeno è meno avanzato, ma la tentazione di vezzeggiare l’Islam politico e cercarvi rappresentanza e consenso esiste. La contraddizione è enorme. La sinistra combatte ancora oggi il mondo cattolico sul suicidio assistito, sulla gestazione per altri, sull’educazione sessuoaffettiva nelle scuole, sulla famiglia; rivendica laicità, autodeterminazione, emancipazione femminile, libertà sessuale. Diventa molto più cauta quando incontra comunità nelle quali sono presenti concezioni della donna, dell’omosessualità, della famiglia e del rapporto fra religione e società assai più lontane dai suoi principi. Prima o poi questo equivoco presenterà il conto.

Le controversie sulle moschee, da Marghera e Monfalcone fino a Sassuolo, ne sono già un segnale. Una grande moschea non è soltanto un luogo di preghiera: può essere centro comunitario, educativo e associativo, luogo di formazione e organizzazione della vita collettiva. In Europa sono noti casi di imam che predicano fondamentalismo, antisemitismo, ostilità all’Occidente o il primato dell’appartenenza religiosa sulla cittadinanza. Chi li forma, chi li finanzia, quali organizzazioni sostengono i centri e che cosa vi viene insegnato non sono dettagli amministrativi. Il problema precede la violenza: nessuna appartenenza religiosa può pretendere una fedeltà superiore alla legge civile del Paese in cui si vive. E prima di dare per scontato che gli italiani siano disponibili ad ascoltare il richiamo del muezzin cinque volte al giorno, sarebbe almeno il caso di chiederglielo.

Nello scorso fine settimana Reggio Emilia ha riempito piazze e sale per il Festival di Emergency. Pace, accoglienza, diritti, dignità della persona. Ma Reggio Emilia non è l’Europa. È una delle roccaforti di una sinistra emiliana sempre più radicalizzata, mentre una parte crescente dell’elettorato europeo prende la direzione opposta. Scambiare il consenso raccolto dentro questo recinto politico e culturale con il sentimento del continente sarebbe un errore. Fuori, la faglia si allarga.

E continuerà ad allargarsi. L’Africa subsahariana si avvia verso oltre due miliardi di abitanti attorno alla metà del secolo mentre l’Europa invecchia. La pressione migratoria fra un continente giovanissimo e in enorme crescita e uno ricco, anziano e vicino accompagnerà questo secolo. Governarla significa decidere quanti ingressi sono sostenibili, chi può entrare, chi deve essere rimpatriato e quale integrazione pretendiamo. L’accoglienza senza governo non è una politica migratoria.

Vannacci viene da questa faglia. Anzi, Vannacci lo abbiamo creato noi. Lo ha creato una politica che per anni ha rimosso immigrazione e sicurezza, ha liquidato come paura ciò che accadeva nelle città e bollato come reazionario chi poneva domande scomode. In Italia replica in sedicesimo il fenomeno rappresentato da Ulrich Siegmund in Sassonia-Anhalt: storie, dimensioni e linguaggi diversi, ma lo stesso spazio lasciato aperto dalla crisi dei vecchi partiti e dalla domanda di confini, sicurezza, identità. Continuare a rispondere con fascismo e nazismo significa utilizzare il Novecento per non vedere il XXI secolo.

Francia, Spagna e Italia saranno i prossimi grandi banchi di prova. Si voterà sul presente: frontiere, immigrazione, sicurezza, integrazione, spazio pubblico. Su quale Europa vogliamo abitare e su quanto siamo disposti a cambiarla.

Non dobbiamo difendere l’Europa dagli altri. Dobbiamo decidere che cosa dell’Europa non siamo disposti a perdere. Se la politica democratica non governa immigrazione e sicurezza, saranno immigrazione e sicurezza a governare la politica. È già cominciato.




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