Perché i giovani se ne vanno davvero

sagoma aereo in volo in cielo tra le nuvole – FM

Vuoi aprire un’impresa in Italia. Parti con un’idea. Ti fermi subito su una sigla: partita Iva. Poi scegli la forma giuridica. Commercialista. Notaio, se serve. Primo conto: centinaia, più spesso migliaia di euro, prima ancora di iniziare a fatturare. Iscrizione al registro imprese, Inps, Inail, eventuali autorizzazioni comunali. Ogni passaggio è un modulo. Ogni modulo è un’attesa.

Il portale è online, ma devi comunque interpretarlo. Una pratica respinta, un allegato sbagliato, un codice Ateco discusso. Torni indietro. Riparti. Nel frattempo paghi: diritti, bolli, consulenze. E i contributi arrivano anche se non hai incassi. Passano settimane. A volte mesi. Non stai costruendo il prodotto. Stai inseguendo procedure. Prima di cominciare hai già speso un sacco di soldi e consumato molto tempo.

Poi guardi fuori. In Estonia apri una società in poche ore, da casa. Costi minimi, tempi certi. Qui no. Qui serve resistenza, non visione.

E allora i giovani fanno un calcolo semplice. Non ideologico, economico. Se per iniziare devi spendere troppo, aspettare troppo e rischiare tutto, mentre altrove entri in pochi giorni e con costi sostenibili, la scelta diventa quasi obbligata. Non partono per spirito d’avventura. Partono perché il sistema li respinge. Portano via competenze, energia, idee. E, soprattutto, portano via il tempo migliore: quello in cui si costruisce, si sbaglia, si riparte. L’Italia resta con meno iniziativa e più rimpianti.

Destra, sinistra: cambia poco. La macchina del sistema resta questa ed è intoccabile. Complessa, costosa, lenta. Utile a chi ci vive dentro, non a chi vuole iniziare.

Un Paese che rende difficile nascere alle imprese è un Paese che sceglie di non crescere. Il resto – declino, fuga, occasioni perse – viene da sé. E verrà.




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