Omicidio alle Omi Reggiane. L’ultimo viaggio della Balilla del direttore, il caso Arnaldo Vischi

reggiane

di Ferruccio Del Bue

L’omicidio dell’ingegner Arnaldo Vischi, direttore generale delle Officine Reggiane, torna d’interesse per due motivi.

Il primo è che in questi giorni ricorre l’anniversario del ‘Chi sa parli’ di Otello Montanari, (scomparso nel 2018), partigiano garibaldino, ferito in azione e decorato, poi deputato per 2 legislature del Pci, che, con una lettera inviata alla redazione del Carlino Reggio, il 31 agosto del 1990, fu l’artefice di un caso che si trasformò in una vicenda nazionale. Quasi subito, infatti, la discussione storica che si scatenò in quell’estate di 32 anni fa a Reggio Emilia si spostò sul campo politico. E mentre il Pci, dopo la caduta del Muro di Berlino, era ancora alla ricerca di una nuova identità, il dibattito si fece sempre più serrato, duro, fino a divenire anche strumentale. Finì che altri omicidi, oltre a quello dell’ingegner Arnaldo Vischi, compiuti fra il 1945 e il 1947, vennero rivisitati sia dalla stampa locale sia da quella nazionale.

Otello Montanari (partigiano e deputato comunista) lanciò il ‘Chi sa parli’

A tale proposito basti pensare che tra le pagine di un libro premiato per studi storici inediti, era il 1981, si legge: “L’assassinio del direttore delle Reggiane, ingegnere Vischi, è uno fra i più drammatici eventi terroristici di cui fu teatro la città nel dopoguerra. Infatti, oltre a inserirsi nella strategia eversiva che (tra il ’45 e il ’48) ha come bersaglio le amministrazioni dell’Emilia rossa, mira a destabilizzare l’unità che il sindacato riesce a realizzare fra gli operai su comuni obiettivi politici ed economici”.
Dunque ancora negli anni Ottanta c’era chi sosteneva che Arnaldo Vischi fosse una vittima della reazione e dei neofascisti. Ed ecco forse spiegato il perché, la lettera di Otello Montanari, inserita in quel contesto, fece più scalpore del dovuto.

Il secondo motivo che riporta in vita Vischi, sono le sue Reggiane (quelle di cui era il direttore generale), forse meglio dire l’area in cui sorgevano le Omi, ancora più che mai al centro dei pensieri e di ingenti investimenti da parte dell’amministrazione pubblica, la quale storicamente ha sempre puntato molto e veicolato parecchi milioni in quel luogo ritenuto iconico e considerato il cuore operaio della città, via-via fino a trasformarlo oggi in una sorta di cantiere tecnologico permanente a uso e consumo di un futuro non ancora ben definito e decifrabile.
Il sindaco di Reggio Emilia, Luca Vecchi, qualche tempo fa, ha postato a tale proposito un suo pensiero su Facebook: “Alle Reggiane: li dove è nato tutto, oggi una nuova città sta nascendo”.

Un padiglione delle Officine Reggiane ai tempi nostri

Reggio Emilia e le Reggiane, dunque. Una città, la sua fabbrica. Storia che nasce nel lontano 1904 e che traccia la parabola di una piccola realtà aziendale che seppe crescere a tal punto da assurgere al ruolo di una delle più grandi industrie dell’intero Paese, capace di contenere e mantenere oltre 11mila maestranze, questa la stima degli occupati nel 1945. Una fabbrica che riuscì nello scopo di plasmare una città contadina in una realtà più industriale, a partire da quel piccolo popolo di ex agricoli che si trasformarono in massa operaia, anche se con le mani ancora sporche di farina.
Le Reggiane, il luogo in cui si consumò un eccidio che ancora oggi viene commemorato dalle istituzioni cittadine. Quello del 28 luglio del 1943, quando l’esercito, sulla scia delle disposizioni di Badoglio di fermare tutte la manifestazioni non autorizzate, aprì il fuoco e uccise 9 lavoratori, ferendone altri 50. Ma anche le Reggiane sventrate dai bombardamenti anglo-americani nel corso della Seconda guerra mondiale, nel gennaio del 1944: oltre 260 morti sepolti sotto la polvere delle macerie di Reggio. Fu forse quella la più grande tragedia di cui la città conservi la memoria.

Infine, le Reggiane e la storia di un delitto. Non di un reato comune, perché sin da subito quell’omicidio alimentò il sospetto di un’esecuzione di classe. Si trattò infatti dell’assassinio dell’ingegner Arnaldo Vischi, dirigente di un gigante industriale che doveva fare i sanguinosi conti con la riconversione post bellica e il taglio di posti di lavoro, e che quel venerdì 31 agosto del 1945 (tra le 19.00 e le 21.30), tornando come ogni sera dall’ufficio alla casa di Lemizzone di Correggio, dove era stato sfollato assieme alla famiglia, venne rapito, ammazzato nei pressi del ponte della Briciola, e gettato di sotto nelle acque limacciose del canale irriguo che costeggia la strada per Villa Gavassa segando in due la campagna. Tutta Italia ne parlò, l’uomo era apparentemente stimato e benvoluto da tutti, lavoratori e istituzioni. E la notizia dell’omicidio, raccontano le cronache dell’epoca, colse Reggio di sorpresa.

Le palazzine delle Officine Reggiane accoglievano in via Agosti i dirigenti della fabbrica meccanica

La stessa famiglia Vischi trasecolò. Riportano le pagine del Giornale dell’Emilia che i “parenti, non vedendo rincasare l’ingegnere”, si inquietarono per il ritardo. Per questo i due figli del dirigente, saliti a bordo di un’altra vettura, si diressero verso Reggio Emilia, temendo un incidente automobilistico. Ma una volta arrivati alle Officine Reggiane e avuta la conferma della partenza del padre, avvenuta come sempre alla solita ora, Giorgio e Franco Vischi ripercorsero la strada a ritroso, fino a quando, giunti in località Fornace, nei pressi di Lemizzone, videro ferma sul ciglio della carreggiata la Balilla rosso scuro del padre con i fari ancora accesi. Si avvicinarono all’automobile, ma l’abitacolo era deserto. Solo guardando all’interno della macchina “rinvennero un pezzo di corda sottile, una pallottola di rivoltella inesplosa, fili di fieno e paglia”.

Molti anni dopo, rilasciando un’intervista, uno dei figli di Arnaldo Vischi, Franco, ricordò: “Se in quei giorni avessi detto agli operai delle Reggiane: ‘andiamo a eliminare i fascisti che hanno ammazzato mio padre’, mi avrebbero seguito”. Ma la “verità era ben diversa dalle parole d’ordine del Comitato di liberazione nazionale, e nel Pci lo si sapeva perfettamente”. Evidentemente a una parte “estremista e rivoluzionaria pareva insopportabile che la ricostruzione delle Reggiane avvenisse, come stava avvenendo, in un clima di concordia sociale”. “Il sindaco di Reggio Emilia, Cesare Campioli, che aveva retto i cordoni della bara assieme al presidente del Cln e al prefetto, il giorno dopo il funerale, mi disse: ‘Per noi questo delitto è peggio di una battaglia perduta’”. Concluse Franco Vischi: “Credo che l’omicidio di mio padre fu ordinato solo dagli estremisti, ma che gli sviluppi successivi della vicenda, con la sparizione di Nello Riccò e la fuga di Didimo Ferrari, abbiamo avuto l’approvazione o la non opposizione dell’apparato comunista locale. Mio padre non poteva essere squalificato come un fascista, perché non lo era. Così fu necessario coprire quella vergogna, facendo sparire Riccò e impedendo a Ferrari di testimoniare al processo”.

Nell’immagine di sinistra (al centro) Didimo Ferrari, comandante partigiano con il nome di Eros e commissario politico delle brigate Garibaldi con il nome di Duri. Nel primo dopoguerra ancora capo dei combattenti nei panni di presidente provinciale dell’Anpi. A destra il prefetto delle liberazione e azionista Vittorio Pellizzi

Effettivamente, il 2 settembre del 1945, quando le maestranze della più grande industria cittadina vennero a sapere della soppressione di Arnaldo Vischi, nello stato d’animo generale salì il turbamento e un fermento. Il quotidiano Reggio Democratica annotò come, alle ore 11, gli “operai, uniti agli impiegati, ai tecnici e ai dirigenti, si sono riuniti in un’imponente assemblea nel cortile dello stabilimento”.
A quella manifestazione parteciparono, tra gli altri, Umberto Bergonzini, segretario della Camera del lavoro, Avvenire Paterlini, vicepresidente, e Ivano Curti. In particolare Avvenire Paterlini chiese che “l’opera di epurazione” venisse “continuata con la massima energia, allo scopo di sradicare tutti quegli elementi fascisti che ancora turbano e tentano di sabotare la ricostruzione”.

Fu senz’altro vero che il giallo che avvolse la vicenda della morte di Arnaldo Vischi tardò a lungo a trovare il suo epilogo, ma è altrettanto vero che la foto scattata il 4 settembre del 1945, al corteo funebre dell’ingegnere, resta ancora l’emblema di un tragico evento. In quell’immagine di storia si vedono sfilare verso la basilica della Ghiara, accanto al feretro dell’ucciso, tutte le massime autorità cittadine. I cartelli del Cln deprecarono il fatto di sangue, mentre il sindaco della città, il segretario provinciale dell’Anpi e i leader di tutti i partiti antifascisti, seguirono ammutoliti la mesta cerimonia. Qualcuno disse che per trovare i responsabili di un omicidio bisogna andare al funerale della vittima e in quel caso vi andò molto vicino.

Una rara e sfuocata immagine dei funerali dell’ingegner Arnaldo Vischi

Riavvolgendo il nastro cronologico della cronaca, essa ci narra che era il 31 agosto del 1945, quando, in un tempo verosimilmente compreso tra le 19.30 e le 21.30, fu assassinato l’ingegner Arnaldo Vischi, direttore generale delle Officine Meccaniche Reggiane. Il giorno dopo, primo settembre, le lancette dell’orologio sulle 16, un operaio delle stesse Omi, tale Enrico Govi, mentre gettava l’amo in un canale di bonifica a Casaletto, in località San Giovanni, frazione del comune di Novellara, con sua grande e spiacevole sorpresa, ripescò un cadavere, che, solo dopo una gran fatica, trascinò sull’argine del corso d’acqua irriguo.

Il malcapitato pescatore chiamò i carabinieri. Il macabro ritrovamento di un corpo in un fosso di campagna nell’agosto del 1945 evidentemente non rappresentò per quel tempo un’assoluta rarità degna di suscitare allarme sociale, così, con comodo, solo alle 20 giunsero sul posto il maresciallo Mario Fioresi, il militare Paolino Pardi e il medico legale, Guglielmo Neri. A quel punto il cadavere fu identificato, si trattava del dirigente delle Reggiane. Il corpo di Arnaldo Vischi, vestito in abito scuro, non portava con sé documenti di riconoscimento, né valori personali. Presentava due ferite di arma da fuoco alla nuca, mentre con del filo di ferro gli era stata legata al collo una pietra da 10 chili. Un altro sasso del peso di 6 kg gli fu invece infilato nei pantaloni, e, sempre con filo di ferro, legato alle gambe. Il decesso, lo stabilì il medico legale, avvenne almeno 20 ore prima del ripescaggio del corpo.

Un contadino del posto, Guido Salsi, che abitava non distante dal canale, venne interrogato dagli uomini dell’Arma. Disse che la sera prima, erano più o meno le 21.30, sentì il motore di un’auto che si fermò ad appena 20 metri dal suo cortile. Sulla strada scese un uomo che gli gridò di rientrare dalla sua famiglia e di non uscire più per il resto della serata. Dopo 5 o 6 minuti Guido Salsi riferì di avere udito l’esplosione di 2 colpi d’arma da fuoco e poi la vettura che ripartiva. Il contadino, la mattina seguente, si recò sull’argine del canale per vedere se vi fosse qualcosa, ma non trovò alcuna traccia dell’omicidio consumatosi la sera prima e del quale fu in parte testimone, pur non riconoscendo gli assassini.

La nota informativa dell’omicidio di Vischi arrivò anche alla Questura di Reggio Emilia che dallo stesso primo di settembre iniziò a svolgere le proprie indagini, mettendo a disposizione del magistrato incaricato del caso due funzionari e quattro agenti. Qualche giorno dopo, il 7 settembre 1945, venne interrogata una casalinga, Corinna Campanini, originaria di Reggio Emilia e residente a Villa Massenzatico. La donna rivelò agli investigatori che il 31 agosto, tre giovani che dimostravano sui 25 anni, le chiesero, parlando in dialetto reggiano, se li vicino c’era dell’acqua per fare un bagno. La casalinga rispose di no. Allora i tre giovani se ne andarono per fermarsi poco dopo sul ponte di Villa Massenzatico. Fu verso le 19.30 che sopraggiunse una vettura e gli stessi vi si avvicinarono. La donna pensò che volessero chiedere un passaggio, ma poi, vedendo come accerchiavano l’auto, si insospettì. A uno di loro cadde qualcosa sulla strada, ma Corinna Campanini, essendo a circa 70 metri di distanza, non poté vedere bene. Poi in due montarono davanti, uno dietro, e la macchina ripartì, imboccando la strada che conduce in direzione Lemizzone di Correggio.

Quando la Balilla si allontanò, la donna si recò sul ponte e vide che l’oggetto caduto era un caricatore per un’arma automatica. Corinna Campanini lo portò subito al Cln di Villa Massenzatico e poi in Questura. Inoltre i carabinieri fecero vedere alla casalinga, perché li identificasse, tre persone. Ma lei rispose che non si trattava degli stessi giovani che vide il pomeriggio del 31 agosto. Però, nel caso i militari li avessero trovati, la testimone, con molta facilità, si ritenne in grado di poterli riconoscere.

Giunte a questo punto le indagini, il caso venne inspiegabilmente accantonato. Così, dal settembre del 1945 e fino alla metà del giugno del 1948, con l’arrivo a Reggio Emilia del comandante dei carabinieri Pasquale Vesce e di tutta la sua squadra operativa, spediti in città dalla legione di Bologna, le ricerche della verità non fecero alcun passo in avanti.

Nel frattempo, però, in quegli anni di evidente buco investigativo, molte cose erano in realtà accadute. Altri omicidi che faranno discutere, ma anche delitti o sparizioni che, come si vedrà, furono strettamente collegati all’assassinio dell’ingegnere Arnaldo Vischi.
Per esempio: il 6 gennaio del 1946, come riportano le pagine dell’epoca del quotidiano Reggio Democratica, un brigadiere della polizia ausiliaria di Vezzano sul Crostolo, Mario Giberti, partigiano comunista col nome di Rubens (già vicecomandante della squadra Gufo Nero), sparì misteriosamente nel nulla e senza lasciare alcuna traccia di sé.

Antonio Rangoni, professore di musica di Correggio ed ex archivista del Pci a palazzo Masdoni, in via Toschi a Reggio Emilia, storica sede della federazione del Partito comunista da metà anni Cinquanta sino ai Novanta, sostiene che “dopo avere raccolto molti indizi sui probabili assassini del direttore delle Reggiane, Mario Giberti venne convocato da ex compagni in armi. Costretto a salire su una macchina della Questura, da quel momento non lo si vide mai più”. Nessuno si attendeva un simile epilogo, tanto che la famiglia attendeva il poliziotto a casa per un pranzo che però, evidentemente, non fu mai consumato.

A Rio Saliceto, invece, nel giugno del 1947, un altro ex partigiano fu ammazzato dopo avere ospitato nella sua casa Nello Riccò, il giovane operaio delle Reggiane accusato di essere l’esecutore materiale dell’omicidio di Vischi. E poi toccò in sorte allo stesso Nello Riccò di svanire nel nulla, dopo l’ordine non eseguito, ma comunque impartito al capo partigiano Alfredo Casoli (Robinson), di “farlo fuori”.

In occasione del funerale di Cipolli, il comunista Aldo Magnani (Rossi), tra i promotori della resistenza nel Reggiano, scrisse su La Verità: “Un nostro compagno è stato assassinato. Colpito vigliaccamente in un agguato che dimostra la premeditazione”. Aggiunse ancora: “Non è un caso, per chiunque non sia accecato dal fanatismo di parte, che si sia scatenata una campagna di violenze contro i comunisti”. Così, come non è un caso, che succedano “delitti come quello di Adelmo Cipolli, cittadino integerrimo, mite, vecchio antifascista, partigiano, combattente”.

Al funerale di Adelmo Cipolli, probabilmente all’oscuro di tutto, partecipò anche Valdo Magnani, segretario provinciale del Pci reggiano dal 1947, deputato nel 1948, poi fuoriuscito dal partito nel 1951. All’ex partigiano assassinato venne dedicata una cellula di una sezione del Pci a Rio Saliceto.

Così, per il susseguirsi e il sommarsi di questi fatti, quando per riprendere le indagini sul caso Vischi, il 10 giugno del 1948, arrivò da Bologna a Reggio Emilia il capitano dei carabinieri Pasquale Vesce, l’ufficiale ebbe a dire che, “dato il lungo periodo trascorso, il compito si presentava tra i più difficili”, anche perché non era possibile contare sulla collaborazione della gente, per il “diffuso senso di timore di cui era pervasa”. Il comandante, per prima cosa, ricostruì tecnicamente l’omicidio dell’ingegnere, aggiungendo alcuni dettagli a quelli raccolti sul posto ormai troppo tempo prima: Vischi, dopo essere stato assassinato, fu “derubato del portafoglio contente una somma di circa 15mila lire, di due penne stilografiche, di un orologio, di due paia di occhiali e di una macchinetta per la fabbricazione delle sigarette”.
La Balilla rosso scuro del direttore delle Reggiane, infine, fu ritrovata intatta. Solo lo spigolo della targa era stato ripiegato per falsificarne il numero.

La Fiat Balilla di colore rosso sangue

Ripartite le indagini, era il 15 giugno del 1948, il capitano Vesce interrogò una donna, un’ex staffetta partigiana, Artenice Aguzzoli, detta la Sibilla. Ella riferì di avere visto il giovane Nello Riccò, già partigiano con il nome Agostino, nella sede dell’Anpi di Cadelbosco Sopra. In quell’occasione l’operaio delle Reggiane le avrebbe riferito di volersi vendicare di un torto subito dall’ingegnere Vischi. La Sibilla affermò di avere tentato di dissuadere il Riccò da ogni proposito di vendetta, ma questi non volle sentire ragione.
Così la stessa staffetta partigiana affermò che il 31 agosto del 1945, verso le 19.30, mentre faceva un giro su una Balilla che le prestò un combattente suo amico che le insegnò anche a guidare, oltrepassata Villa Argine e poi Bagnolo in Piano, incrociò per strada un’altra Balilla, questa di colore rosso scuro, sulla quale riconobbe a bordo proprio Nello Riccò.

Lui le fece cenno di accostare e fermarsi, e le disse che nell’auto che guidava vi era all’interno un “pollastro al quale avrebbe dato una lezione”. Poi il giovane aggiunse che quel pollastro altri non era che Arnaldo Vischi. Alle 21.30, Artenice Aguzzoli, nella frazione di Zurco di Cadelbosco Sopra, aggiunse di avere rivisto lo stesso Riccò, il quale le confidò di avere ammazzato Vischi vicino al ponte della Forca, nelle campagne di Villa Seta.
Continuò il racconto la Sibilla: “Io lo rimproverai per quello che aveva fatto, e anzi gli chiesi se l’ucciso avesse famiglia e figli”. Poi, “per un po’ di tempo – proseguì – non lo rividi più. Ma seppi che era stato arrestato e in seguito rilasciato dalla Questura di Reggio Emilia”.

E ancora trascorso un anno da quegli eventi, Nello Riccò si sarebbe rifatto vivo. Almeno è questo che vuole fare credere la Aguzzoli mettendolo a verbale: “Mi mandò una cartolina da Trieste per darmi un appuntamento”. Fu così che l’ex staffetta andò a quell’incontro, ed effettivamente poco dopo – sempre a dire della teste – la raggiunse il partigiano Agostino. Lei stessa, in quello che fu un breve dialogo, raccontò di avere riferito a Nello Riccò che “nell’ambiente di Cadelbosco Sopra, e in modo particolare tra gli operai che lavorano alle Officine Reggiane, si manifestò dolore per l’uccisione dell’ingegner Arnaldo Vischi, che tutti dicevano essere una persona molto stimata e perbene”.
Artenice Aguzzoli sostenne inoltre di avere saputo, qualche giorno dopo l’incontro con Nello Riccò, che i “partigiani della zona lo cercavano attivamente, non solo per l’ingegner Vischi, ma anche per altri delitti che egli aveva consumato nella frazione di Correggio”.

Ma nella realtà dei fatti quasi tutto quello che raccontò la Sibilla si dimostrò falso. Come nel copione di un giallo che si rispetti, fu la sua un’abile opera di depistaggio. Gli inquirenti dimostrarono, tra le varie cose, che la donna non solo non sapeva guidare un’auto, ma addirittura non era neppure in grado di accenderla. La Corte di Assise di Ancona, nel febbraio del 1951, la condannò a 2 anni di reclusione.

Anzi, molto probabilmente, quando Artenice Aguzzoli sostenne di avere rivisto Nello Riccò, trascorso un anno dall’assassinio di Arnaldo Vischi, l’ex partigiano era già morto e sepolto da tempo, o nella migliore delle ipotesi, fuggito non si sa bene dove (si vociferava nella solita Cecoslovacchia), nazione alla quale la città di Reggio Emilia negli anni a seguire (riconoscenza o simpatia?) dedicherà molti nomi di vie nel quartiere cittadino della Canalina, ribattezzato appunto la piccola Cecoslovacchia.

Solo due fatti nella deposizione della Sibilla risultarono veri. Primo: Nello Riccò fu effettivamente arrestato e poi subito rilasciato dalla Questura di Reggio Emilia. E secondo: l’operaio delle Reggiane fu realmente punito dalla dirigenza della fabbrica, sia d’allora direttore generale Antonio Alessio sia dal suo successore, Arnaldo Vischi. E furono quei due particolari che fecero di Nello Riccò il maggiore indiziato per quell’omicidio. Da questa convinzione prese le mosse il capitano Pasquale Vesce, il quale scoprì che, il 4 settembre del 1945, il tenente Renzo Caffari (nome partigiano Celeste), iscritto al Pci, fermò il Riccò, disponendone però il rilascio il giorno successivo. Nessun documento sui quei fatti: fermo di polizia o interrogatorio che fosse fu rinvenuto negli uffici della Questura in via Dante.

Così, per colpa di quel verbale mai redatto, il poliziotto Renzo Caffarri, il 21 giugno del 1948, fu a sua volta interrogato nella caserma dei carabinieri, ma “non seppe fornire dati precisi sulle sue azioni, e per questo motivo venne tratto in arresto”. Solo giunti a quel punto dell’intricata vicenda le indagini subirono un’accelerazione.
Renzo Caffarri, il 22 giugno, ammise di avere rilasciato Nello Riccò su ordine dell’allora segretario provinciale del Pci di Reggio Emilia, Arrigo Nizzoli (il partigiano Lino), il quale, a sua volta, venne fermato dai carabinieri a Parma, città nella quale si era trasferito. Ma il fermo di Nizzoli non venne convalidato, e anche Renzo Caffarri fu in un primo tempo rilasciato, per poi solo in seguito essere denunciato a piede libero. Tuttavia finalmente iniziò a emergere una complessa e intricata trama che il tribunale di Ancona, al quale gli inquirenti spedirono gli atti, provò a dipanare, compiendo anche alcuni grossolani errori.

La Corte di Assise si riunì nel capoluogo marchigiano nell’inverno del 1950 ed emise la sentenza un anno dopo, cioè alla fine del mese di febbraio del 1951. Nella prima fase dibattimentale, il tenente Renzo Caffarri (Celeste), sostenne, seppure in modo più attenuato, che l’ordine di liberare Nello Riccò gli venne impartito dal segretario provinciale del Pci. Dal canto suo, Arrigo Nizzoli, disse di non saperne nulla, neppure che Caffarri fosse iscritto al partito.

Arrigo Nizzoli durante un comizio nel dopoguerra. Il segretario del Pci di Reggio Emilia aveva un passato da partigiano con il nome di Lino e prima ancora di operaio comunista alle Officine Reggiane

Ma la sorprendente verità sulla fine di Vischi, il caso dei casi del reggiano, bucò le nebbie padane solo quando Alfredo Casoli (Robinson), ex comandante della 37esima gap (che per un periodo venne convinto ad allontanarsi da Reggio Emilia per stabilirsi prima a Como e poi emigrò a Parigi, dove lavorò in un’officina), si consegnò spontaneamente per testimoniare davanti al tribunale marchigiano. L’ex capo partigiano depose al processo e accettò la detenzione per scagionare dall’accusa di omicidio Giuseppe Grassi (partigiano Ettore), agente di polizia ausiliaria, che un ortolano di Correggio, Pierino Bocedi, disse di avere notato, assieme a Emore Casali (prosciolto prima del processo), a bordo della Balilla rosso scuro del direttore delle Reggiane, mentre egli stesso si trovava per caso fermo in via Beviera, in compagnia del sindaco di Bagnolo in Piano, Ferrante Romani, di suo zio, Giuseppe Lusuardi, e di un agricoltore di Fosdondo, Enrico Pergetti. A causa di quell’identificazione, che poi si rivelò errata, Giuseppe Grassi venne considerato, a torto, assieme a Nello Riccò, uno dei tre autori materiali del delitto Vischi.

Fare arrivare Robinson ad Ancona, tuttavia, non fu un’impresa facile. L’ex comandante gap (lo racconta l’archivista del Pci Antonio Rangoni nel suo libro sul caso Vischi) avrebbe voluto costituirsi sin da subito per tutelarsi dall’accusa dell’omicidio dello scomparso Nello Riccò: “Ma il partito, a più riprese, nelle persone di Vivaldo Salsi e Aldo Ferretti, tentò con ogni mezzo di convincermi a non farlo. Temevano che facessi i nomi di Eros (Didimo Ferrari, nel 1945 presidente dell’Anpi, carica allora persino più importante del segretario del partito o del sindaco), di Nizzoli e Caffarri, cioè coloro che mi avevano dato i noti ordini”.

Ma a convincere Robinson a testimoniare alla fine fu Eugenio Corezzola, partigiano delle Fiamme Verdi e giornalista, passato dopo la chiusura de La Nuova Penna alle pagine del quotidiano Reggio Democratica, per il quale seguì tutte le fasi processuali, firmandosi con il nome di Lorenzo Cartesi. Prima di costituirsi, però, l’ex comandante della 37esima gap mandò avanti i due suoi uomini più fidati: Adelmo Beggi (detto Padella) e Alfredo Ghidoni (Topo).

La mattina del 18 settembre del 1950 Casoli fu messo a verbale e raccontò la sua verità. In sostanza Robinson disse che Renzo Caffarri lo chiamò in Questura, e dopo avergli confidato che “un nostro compagno aveva commesso una grossa fesseria”, gli ordinò di prendere in consegna Nello Riccò e di trattenerlo per alcuni giorni in una casa di latitanza.

Casoli, e i due aiutanti, sempre loro, Topo e Padella, presero di peso Riccò e da Reggio lo condussero in Val d’Enza, alle scuole elementari di Grassano, dove il ‘compagno custode’ Ultimio Ganapini era un uomo fidato del partito. Una volta sul posto Robinson chiese al suo prigioniero cosa avesse fatto. Ed egli, in lacrime, rispose di essere “uno degli uccisori del povero Vischi, e di avere agito per ordine di uno dei capi del partito”. Disse anche che con lui avevano operato altri due, ma non volle rivelarne l’identità.

Il giorno dopo Alfredo Casoli ritornò in Questura ed ebbe un acceso scambio di vedute con Renzo Caffarri: “Guarda che la faccenda del Riccò è molto sporca. Qui ci mandi in galera. Perché non si denuncia il Riccò? E’ una cosa schifosa quella di fare scrivere sui giornali che a uccidere Vischi sono stati i fascisti, mentre è stato proprio un nostro compagno”.

Infine, quando Casoli capì che l’ordine non era di fare espatriare Riccò, ma di farlo fuori, l’ex capo partigiano decise di lasciarlo scappare. “Gli diedi qualche sberla in più e gli feci capire che lo dovevamo liquidare”. Ma quello “si mise a piangere, ripetendo di avere agito dietro ordine dei nostri capi, chiedendo misericordia e dicendo che era un nostro compagno e un partigiano come noi”. Alfredo Casoli, Topo e Padella, dopo avere liberato Riccò, tornarono in Questura per comunicare a Caffarri che il prigioniero era riuscito a fuggire. Il poliziotto andò su tutte le furie, diede a Casoli dell’imbecille e si recò in federazione. Al Pci lo seguì anche Robinson che vi trovò Arrigo Nizzoli in compagnia di Scanio Fontanesi. La supposizione di Casoli fu che dietro a tutta la vicenda vi fosse Didimo Ferrari, mentre Renzo Caffarri dichiarò che fu il segretario Arrigo Nizzoli a ordinargli il rilascio di Riccò.

Una spiegazione esaustiva dei fatti non c’è. Al tempo del processo di Ancona, molti imputati si erano già dileguati. Didimo Ferrari (Eros) si diede alla macchia nell’allora Cecoslovacchia, mentre Arrigo Nizzoli, dopo avere scontato 6 mesi di carcere, si rese irreperibile. Tornò all’ufficialità del partito nel 1949, occupando la carica di segretario amministrativo al Pci di Ferrara. Anni dopo, nelle sue carte segrete, Didimo Ferrari accusò apertamente Arrigo Nizzoli di essere il mandante dei delitti che nel dopoguerra si consumarono nel Reggiano. E anche il primo sindaco della liberazione di Reggio Emilia, Cesare Campioli, pur negando ogni responsabilità del Pci nel delitto Vischi, pare confermare la tesi di Eros, descrivendo Nizzoli come l’uomo “più enigmatico del partito”.

Resta tuttavia il fatto che, siccome le indagini sul caso Vischi si svilupparono su due binari paralleli: quelle ufficiali e quelle di partito o di parte, la responsabilità di Eros, nel racconto di Robinson, emerse nel sequestro di Vivaldo Donelli (partigiano Nessuno), un dipendente delle Reggiane che riprese le investigazioni sull’omicidio del direttore generale sia per conto delle Officine sia per conto della famiglia Vischi sia per conto dello stesso Pci.

Alfredo Casoli sostenne di essersi recato assieme a Renzo Caffarri nella federazione di via Toschi e di avere incontrato personalmente Didimo Ferrari, il quale, “ascoltato il nostro rapporto, mi ordinò di prendere il Donelli, di accertarmi di cosa sapeva, e di farlo tacere. Riservandosi di darmi ulteriori ordini”.

Donelli del suo sequestro parlò sia ai due figli dell’ingegner Vischi, Franco e Giorgio, sia al giornalista di Reggio Democratica, Eugenio Corezzola. “Una sera – racconta il partigiano Nessuno recandosi a San Polo – incontro mio fratello, come me un compagno”. Fu lui ad accompagnarlo alle scuole di Grassano. I due fratelli si recarono così da Ultimio Ganapini, contadino, che abitò come custode nella scuola. Si presentarono entrambi come compagni al compagno Ganapini, il quale però davanti a loro non volle confermare nulla di quanto accaduto.

La ex scuola elementare di Grassano

Tornato a Reggio Emilia, la sera seguente, prima di una riunione di partito – racconta Donelli – “venni fermato da un’auto. Scesero Alfredo Casoli e un agente della Questura, Oddino Cattini (Sbafi)”. Erano entrambi armati (Oddino Cattini fu fermato dagli inquirenti il 26 giugno del 1948 e rilasciato il 23 febbraio 1951). “A quel punto – proseguì il sequestrato – mi puntarono contro le rivoltelle e mi dissero: ‘stiamo indagando sul caso Vischi e abbiamo bisogno di una spiegazione'”. Poi, dopo avere vinto sugli indugi di Donelli che sosteneva di avere la moto, lo caricarono a forza su una macchina dove c’erano già altre due persone: Armando Attolini, che durante il processo di Ancona si renderà irreperibile, e Padella, Armando Beggi. Il rapito fu condotto a Grassano, nella nota scuola. Ad attenderlo il solito Ultimio Ganapini.

Ma due furono i problemi da risolvere per gli autori del sequestro.
Primo: rassicurare la compagna di Donelli e allo stesso tempo le Officine Reggiane, nella persona del dirigente Alberto Crovetto, affinché non partisse un’inchiesta sulla scomparsa di Donelli. E secondo: avere le sue carte relative alle indagini sul caso Vischi. Così per risolvere la situazione fu deciso che lo stesso Donelli scrivesse due lettere: la prima indirizzata alla convivente e la seconda all’ingegner Alberto Crovetto, nella quale gli chiese di consegnare la sua cartella con gli appunti sull’omicidio, tramite il suo dattilografo Spaggiari, alla sua compagna Luisa Bo.
Prima il prigioniero fu percosso duramente. “Mi tennero sotto circa un’ora e mezzo. Ganapini ha fatto proprio allenamento e io ero il bersaglio. Bastonate, pugni, schiaffi e colpi bassi”. Poi l’ex partigiano Nessuno fu trasferito sotto la scorta di Ultimio Ganapini e Armando Beggi (Padella), dalla scuola di Grassano alla vicina frazione di Macigno, in una casa colonica.

La sera successiva – scrive Luciano Bellis nel suo libro che ricostruisce la vicenda – si presentarono alla casa colonica Alfredo Casoli e Armando Attolini. Dissero a Donelli che era un venduto, che Eros aveva già dato l’ordine di farlo fuori la sera stessa e che la sua fossa era già pronta, perché i fratelli Guidetti l’avevano appena scavata. Il morituro replicò alle accuse, giustificandosi di non avere fatto nulla di male, e che del “suo interessamento sul delitto era a conoscenza anche la federazione del Pci”. Aggiunse che neppure i soldi lo avevano ingolosito, perché nel caso avesse incassato la somma di 500mila lire, messa a disposizione dalle Reggiane a chi avesse dato informazioni sugli autori del delitto, lui l’avrebbe devoluta all’Anpi.

Infine, rassegnato, affermò: “Ragazzi, fate pure. Ma ammazzate un compagno”.

A quel punto l’atteggiamento di Alfredo Casoli, ruvido cowboy padano dal personale codice etico, svoltò. Il capo partigiano sentenziò: “Io non lo ammazzo”. La mattina seguente, il 23 settembre, il sindaco di San Polo, Ennio Grasselli, fece visita a Nessuno per accusarlo di essere un “traditore e un venduto”.
E quando la sera Robinson risalì in auto la collina, Donelli rammentò che Casoli gli disse: “Eros non ne vuole sapere. Mi ha detto: ‘o me o te’. Ma tu lo sai che io non ho paura di nessuno. Stasera vieni giù con me. Ti riporto a casa tua. Mi prendo la responsabilità su di te. Ma ricorda bene: la prima parola che esce dalla tua bocca, sei spacciato. Te e pure tua moglie”.
Fu così che il 25 settembre del 1945 Vivaldo Donelli rientrò alle Reggiane, parlò con l’ingegner Crovetto, e gli comunicò che non avrebbe mai più fatto indagini sul caso Vischi. E da quel preciso istante per un lungo periodo sparì da Reggio Emilia.

Le Officine Reggiane al tempo della guerra

Ricapitolando: l’omicidio di Arnaldo Vischi fu compiuto il 31 agosto del 1945. Le indagini vennero prima accantonate, nel settembre del 1945, e poi riprese alla metà di giugno del 1948. Il processo si celebrò ad Ancona nel 1950 e durò un anno. L’unico di cui era certa la responsabilità, Nello Riccò, era scomparso da molto tempo. I suoi genitori, due contadini, confidarono a Eugenio Corezzola di non sapere più nulla del figlio dal momento in cui era stato arrestato.

Il 23 febbraio del 1951 la Corte di Assise emise il verdetto: Nello Riccò e Giuseppe Grassi furono condannati a 22 anni di carcere. Didimo Ferrari (Eros) a 8 anni di carcere e alla interdizione perpetua dai pubblici uffici. Arrigo Nizzoli (Lino) a 4 anni di reclusione e alla interdizione per 5 anni dai pubblici uffici. Renzo Caffarri (Celeste) a 8 anni di carcere e alla interdizione a vita dai pubblici uffici. Alfredo Casoli (Robinson), Adelmo Beggi (Padella), e Ultimio Ganapini a 3 anni e 6 mesi di reclusione. Armando Attolini (Dario) a 3 anni, come Oddino Cattini (Sbafi). Alfredo Ghidoni (Topo) e Artenice Aguzzoli (Sibilla) a 2 anni.
Tutti i condannati furono anche costretti al pagamento delle spese processuali. Mentre Nello Riccò, Giuseppe Grassi, Renzo Caffarri e Arrigo Nizzoli dovettero liquidare i danni per il risarcimento morale ai figli dell’ingegner Arnaldo Vischi, Franco e Giorgio.
Furono infine condonati 3 anni di reclusione a Nello Riccò e Giuseppe Grassi, quattro a Eros e Renzo Caffarri, 2 ad Arrigo Nizzoli. Vennero inoltre immediatamente scarcerati Alfredo Casoli, Ultimio Ganapini, Adelmo Beggi, Alfredo Ghidoni, Oddino Cattini e Artenice Aguzzoli. Fu revocato il mandato di cattura emesso nei confronti di Armando Attolini.

Alfredo Casoli, come disse Corezzola, testimoniò al processo per scagionare Giuseppe Grassi, ma non raggiunse il risultato sperato. L’ex partigiano Ettore, condannato ingiustamente in base alla testimonianza dell’ortolano di Correggio Pierino Bocedi, abbandonato dal suo partito, venne definitivamente assolto in Corte di Appello solo nel 1953, dopo il ricorso presentato dall’avvocato di Modena, Perroux.

Parecchi anni dopo, l’archivista del Pci reggiano Antonio Rangoni, nei suoi appunti sulla vicenda, scrisse: “Arrigo Nizzoli era stato operaio alle Officine Reggiane occupando la mansione di falegname”. Più volte ammonito dal regime fascista, lo stesso Nizzoli nel 1934 venne condannato dal tribunale speciale a 4 anni di reclusione. Così, per bisogno di un lavoro, andò “a pregare l’ingegnere Arnaldo Vischi per essere assunto”. Quando poi nel 1945 Arrigo Nizzoli divenne segretario provinciale del Pci di Reggio Emilia, quel gesto “gli sembrò un cedimento ideologico. Una macchia da cancellare”. E a tale proposito Giuseppe Grassi, l’ingiustamente condannato Ettore, integrò il concetto: “Per Nizzoli, stimato dalla base comunista quale integerrimo antifascista, che mai si abbassò a compromessi, doveva andare rimossa la macchia di essersi piegato davanti al padrone Vischi”.

Il caso dell’omicidio del direttore delle Reggiane, ingegnere Arnaldo Vischi, venne aperto in via giudiziaria per ben tre volte: al processo di Ancona, 1950-1951, nel 1964 in Corte di Assise a Milano (quando Alfredo Casoli, il quale dopo i fatti di Ancona fu considerato un traditore, e, abbandonato da tutti, nel 1961, in via Fabio Filzi a Reggio Emilia, aveva sparato e ucciso il suo ex amico Rino Soragni, al quale durante la guerra al contrario rese salva la vita),  infine nel 1990, dopo la lettera di Otello Montanari.

Resta quindi l’eredità di un delitto che ebbe un’eco nazionale, come restano le migliaia di verbali redatti dagli inquirenti, le altrettante inchieste giornalistiche e gli incartamenti dei verdetti emessi dalla magistratura. Sono tutti documenti che si possono consultare e che sono accatastati, sigillati e custoditi in vari archivi.

Eppure, 77 anni dopo quei fatti, una cosa manca ancora: la verità.