Il Covid ci fa riflettere sulla nostra fine

Don Giuseppe Dossetti

Anche se non è ancora tempo di bilanci, vorrei condividere con voi una riflessione su quello che la pandemia ci sta ponendo dinnanzi.

Un po’ tutti diciamo che essa ha rivelato la fragilità delle cose umane: è vero, però non basta. Infatti, ciò che è fragile va trattato con cura e custodito; ma, in ogni caso, la sua durata, con le opportune precauzioni ed eventuali riparazioni, non è messa in discussione. La pandemia, invece, ci ha messo di fronte a un pensiero molto più scomodo: che tutte le cose umane hanno una fine e che questa fine si chiama morte. Non moriremo di Covid-19, ma la nostra vita avrà un termine. La grande questione che ci viene consegnata è, che senso dare a questo fatto, scomodo ma certo.

Il rischio è certamente quello indicato da Pascal, il divertissement, la distrazione per non pensarci. Oppure, in alternativa, la depressione e il pessimismo. Una buona riflessione sulla morte, invece, inizia da una visione globale dell’uomo; per me, essa non può prescindere dal nostro rapporto con Dio.

Questo rapporto si chiama comunione, “alleanza”. La morte è la conseguenza della rottura della relazione, come quando un tralcio si stacca dalla vite (Gv 15). Ma essa è prima di tutto una morte dentro, ed è il frutto di un’epidemia di male, di superbia ed egoismo. Potremo scampare al virus (me lo auguro), ma il male continuerà ad esserci e, siccome non ci toccherà direttamente, continueremo a fare la guerra, a vendere armi, a sfruttare i poveri, a inquinare il mondo. Magari, nella nostra superbia, perdoneremo a Dio, perché finalmente ha ascoltato le nostre preghiere; ma senza vergogna, non ci metteremo in discussione, dimenticheremo l’appello dei morti. Il libro dell’Apocalisse contiene un terribile ammonimento: dopo aver descritto i flagelli che colpiscono il mondo, dice: “Il resto dell’umanità, che non fu uccisa a causa di questi flagelli, non si convertì dalle opere delle sue mani, … dagli omicidi, dalle stregonerie, dalla prostituzione, dalle ruberie” (9,20s.).

Come la morte nasce dentro all’uomo, così anche la vita. Essa è appunto quella relazione con la fonte, con un Dio che è Padre, una relazione che comincia oggi, ma dura nell’eternità. Essa è come una luce, che progressivamente illumina le opere dell’uomo e le rende buone; essa è “grazia”, la parola che, secondo Hermann Hesse, è la più bella del cristianesimo. La nostra conversione, l’apertura alla grazia, è l’atto politico più importante che possiamo compiere: è dal cuore dell’uomo che viene risanata la comunità umana.

Mi rendo conto che le mie parole possono essere considerate ideologia o propaganda religiosa. Dio prende sul serio questa critica e la sua risposta è assolutamente seria. Nel vangelo di Giovanni, viene descritto il colloquio notturno tra Gesù e un anziano sapiente d’Israele, Nicodemo (Gv 3). Costui pone la domanda: “Come è possibile rinascere?”, perché appunto di questo si tratta: il male è talmente grande che è necessaria una cesura: che cioè qualcosa muoia in noi, per iniziare una vita nuova. La risposta di Gesù è sorprendente. Egli ricorda a Nicodemo un episodio del viaggio d’Israele nel deserto, dopo l’uscita dall’Egitto.Stanco degli ennesimi brontolamenti e lamentele del popolo, Dio manda dei serpenti, il cui morso è mortale. Israele invoca pietà e Dio dice a Mosè di fabbricare un serpente di rame e di porlo su un’asta; chiunque rivolgerà il suo sguardo a questa immagine, guarirà.

Dunque, dall’immagine della morte nascono la guarigione e la vita. Gesù applica a se stesso questa storia: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’Uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14s.). Gesù invita a rivolgere lo sguardo a lui crocifisso: è questo il suo “innalzamento”. Questo sguardo risana, perché ci convince che siamo amati, di un amore più grande di tutto: “Dio ha tanto amato il mondo” – questo mondo, con tutto il suo peso di sangue e di morte – “da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna” (3,16).




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