Il consiglio comunale di Reggio Emilia ha respinto all’unanimità la variante urbanistica necessaria alla realizzazione dell’elettrodotto collegato all’impianto agrivoltaico previsto a Giarola.
Il voto ha una sua logica. L’area interessa produzioni agricole di pregio, un paesaggio di valore, un equilibrio territoriale che molti cittadini ritengono meriti tutela. I residenti hanno combattuto una battaglia lunga e l’hanno vinta. Nessuno può negare la legittimità delle loro ragioni.
Il punto, però, non è Giarola.
Il punto è che ogni vicenda come questa ripropone una domanda che la politica continua a rinviare: dove produrremo l’energia di cui avremo bisogno?
La transizione energetica non si realizza con gli slogan. Richiede impianti, reti, elettrodotti, cabine, sistemi di accumulo. Richiede infrastrutture. Se ogni comunità risponde “qui no”, la domanda resta senza risposta.
È la logica del Nimby, l’acronimo inglese di Not in my backyard: fatelo pure, ma non nel mio cortile. È un atteggiamento umano. Nessuno desidera un’infrastruttura davanti a casa. Diventa un problema quando smette di essere un’eccezione e diventa il criterio con cui si governa il territorio.
Qui la vicenda di Giarola assume un significato che va oltre i confini della frazione.
Reggio è una delle città più governate dalla sinistra d’Italia. La sua storia è quella di una terra che ha costruito il proprio benessere sull’industria, sulla cooperazione, sulla manifattura. La tradizione socialista e comunista considerava la produzione una condizione della prosperità. Ci si divideva sulla distribuzione della ricchezza, non sulla necessità di crearla.
Oggi quella cultura sembra avere perso fiducia nello sviluppo. Ogni infrastruttura incontra diffidenza. Ogni trasformazione del territorio suscita resistenze. La politica segue questo sentimento. Lo interpreta. Raramente lo guida.
Vale anche per il centrodestra. A Giarola la contrapposizione politica è scomparsa. Tutti hanno votato nello stesso modo. È una scelta legittima. Resta una domanda: quale idea di sviluppo propone la politica reggiana?
L’Italia non dispone di grandi risorse naturali. La sua forza è sempre stata l’impresa. L’Emilia vive di manifattura, meccanica, agroalimentare, ceramica, automotive. Tutti settori che chiedono energia affidabile, reti moderne, investimenti tecnologici.
Nei prossimi anni aumenterà anche il fabbisogno dei data center, delle reti digitali, dell’intelligenza artificiale. Possiamo discutere dove collocare ogni singolo impianto. Dovremo farlo. Sarebbe un errore smettere di discutere del problema generale.
Ogni “no” è legittimo se indica anche un “sì”. Se un elettrodotto non può passare da Giarola, la politica dovrebbe dire dove potrà passare. Se un impianto non può essere costruito in un luogo, dovrebbe spiegare quale alternativa propone.
Governare non significa soltanto fermare un progetto. Significa decidere quale futuro costruire. La tutela del territorio è un valore. Lo sviluppo lo è altrettanto. Una classe dirigente dovrebbe tenere insieme entrambe le esigenze. È questo l’equilibrio che oggi sembra mancare.






Assolutamente d’accordo Nicola, la sindrome Nimby sta accecando ogni briciolo di razionalità e responsabilità, nonostante la crsi climatica stia andando verso un punto di NON ritorno di cui già adesso e ancor di più in futuro le giovani generazioni pagheranno a caro prezzo le conseguenze, si continua a osteggiare uno dei principali strumenti per mitigare i danni della crisi cliamtica, senza che vi sia evidenza scientifica per un ipotetico danno all’ambiente che tali impianti possano comportare anzi ormai numerosi studi e ricerche scientifiche dimostrano la totale compatibilità con l’ambiente contribuente anche al miglioramento della biodiversità.
E’ altrettanto importante precisare che oltre a non comportare nessun consumo di suolo la superficie necessaria per coprire il fabbisogno del paese NON supera nemmeno 1% della SAU, è questo che ci preoccupa di fronte agli oltre 230.000 m² al giorno che vanno consumati con cementificazioni?
Fare il FV sui tetti e nei parcheggi va bene, però NON è sufficiente se si vuole produrre energia pulita in modo efficiente a basso costo e in tempi ragionevoli data l’urgenza di agire. Oggi gli impianti Fv terra e Agrofv producono energia a un costo che, nella peggiore delle ipotesi, è almeno la metà di quelli sui tetti e senza nessun incentivo statale, tant’è che vengono fatte aste al ribasso (!!) rispetto al prezzo di mercato, mentre fv sui tetti se non c’è un minimo di incentivo non li farebbe quasi nessuno.
Gli ultimi dati di Copernicus ci dicono chiaramente che abbiamo battuto tutti i record storici di max temperature terrestri e anche di quelle marine, che i ghiacciai nelle nostre alpi presto spariranno con gravissime conseguenze di carenza idrica che già stiamo vivendo e che saranno sempre più evidenti in futuro.
Non lamentiamoci della pagliuzza sull’occhio, piuttosto agiamo subito prima che la trave in cemento armato che ci caschi sulla testa.
https://www.qualenergia.it/articoli/rinnovabili-uccelli-eolico-sicuro-fotovoltaico-utile/
I pannelli dovrebbero essere obbligatori su parcheggi e tetti , in particolare quelli dei capannoni che hanno già collegamenti elettrici adeguati. Poi si parlerà di occupare aree non idonee alla produzione agricola.
Si come no!! ammortizzare un impianto di 4 kw fatto da un privato ci vogliono circa anni circa 20 anni!!
20 anni??? …… ma dove hai preso quei dati ……dall’oroscopo?
Se ti può interessare un impianto fv da 4 kw mediamente costa circa 6000 € chiavi in mano, di cui puoi detrarre il 50% della spesa. Con una spesa annua di 1000 € di energia elettrica l’impianto si ripaga in circa 3 anni
Ecco questi sono i numeri reali e NON quelli farlocchi che hai citato
Se non trovi nessuno che ti fa quel prezzo ti mando io l’installatore, ma sicuramente questa idea è lontana da te anni luce ….