Inganno

Riviera Romagna spiaggia alto

Agosto è il mese delle vacanze. L’Italia chiude, rallenta, rimanda a settembre. Nell’estate del 2014 Sergio Marchionne pronunciò una frase che fece scandalo: «Ferie da cosa?». Aveva ragione sul punto essenziale. Il problema non erano le ferie. Era un paese fermo, con poca crescita e una produttività che da anni perdeva terreno.

Dodici anni dopo siamo ancora lì. Nel 2026 l’Italia crescerà attorno allo 0,5 per cento. Il debito pubblico supera il 138 per cento del Pil e si avvicina al 140. La spesa pubblica viaggia verso i 1.200 miliardi l’anno. Gli stipendi restano bassi.

Sono pezzi della stessa storia. Gli stipendi italiani sono bassi perché da trent’anni la produttività cresce poco. Possiamo intervenire sul cuneo fiscale, sui contratti, sul salario minimo, sui bonus. Ma nel tempo le retribuzioni crescono se aumenta il valore prodotto. Nessuna legge può rendere ricco un paese che non produce abbastanza ricchezza.

Poi c’è il debito. L’Italia deve pagare ogni anno una cifra vicina ai cento miliardi di euro solo per gli interessi. Cento miliardi. Circa 270 milioni al giorno. Più di 11 milioni ogni ora. Anche mentre dormiamo. Anche a Ferragosto. Quei soldi non costruiscono ospedali, scuole o ferrovie. Non finanziano la ricerca. Non riducono l’Irpef. Sono il prezzo del nostro debito pubblico. Basterebbe questo numero per capire quanto sia ristretto lo spazio di manovra di qualsiasi governo.

Poi ci sono le pensioni. Nel 2026 la spesa pensionistica è prevista attorno ai 352 miliardi di euro, oltre il 15 per cento del Pil. Le pensioni sono un diritto e costituiscono il reddito di milioni di persone. Ma l’Italia invecchia, fa pochi figli e riduce il rapporto tra chi lavora e chi riceve una pensione. Anche questo conto esiste.

E poi c’è la macchina pubblica. Stato, Regioni, Province, Comuni, enti, agenzie, società partecipate, organismi intermedi. Competenze che si incrociano. Uffici che autorizzano altri uffici. Procedure nate decenni fa e mai cancellate. Ogni struttura ha una spiegazione. Ogni ente ha qualcuno pronto a difenderlo. Ogni spesa ha una categoria che la considera intoccabile. Così non si elimina quasi nulla. Si aggiunge. Una competenza sopra l’altra. Un ente accanto all’altro. Un bonus, un fondo, una detrazione, un contributo. Ogni governo lascia qualcosa a quello successivo.

La Rai è un esempio perfetto. Il gruppo ha ricavi nell’ordine dei 2,8 miliardi di euro, più di dodicimila dipendenti e oltre un miliardo di costo del personale. Gli italiani che possiedono un televisore pagano 90 euro l’anno di canone, riscosso attraverso la bolletta elettrica.

È una tassa. Non scegliamo se acquistare il servizio. Lo paghiamo perché lo Stato ha deciso che dobbiamo pagarlo. Il servizio pubblico ha un senso. Una grande rete nazionale dedicata all’informazione e alla cultura, autorevole, indipendente dai partiti, con giornalisti di alto livello, sarebbe un patrimonio del paese. Non servono per questo una macchina da oltre dodicimila dipendenti, tre reti generaliste, decine di canali e un’azienda che compete con le televisioni commerciali sul loro stesso terreno. Il resto può stare sul mercato.

Non è una questione di Rai. È un metodo. L’Italia conserva quasi tutto e finanzia il nuovo aggiungendolo al vecchio. Poi scopre di avere tasse alte, stipendi bassi, servizi che non funzionano e un debito enorme.

Tra non molto entreremo nella prossima campagna elettorale. E ricomincerà il grande gioco delle promesse. Pensioni più alte. Stipendi più alti. Più sanità. Più sicurezza. Più insegnanti. Più aiuti alle famiglie. Più incentivi alle imprese. Meno tasse.

Tutto insieme. Nessuno dirà chi paga.

La destra prometterà le proprie cose, la sinistra le proprie. Cambieranno i destinatari. Il meccanismo resterà lo stesso: convincere gli italiani che sia possibile ricevere di più senza produrre di più e senza rinunciare a nulla.

Questo è l’inganno. A renderlo più grave è un sistema politico nel quale il cittadino conta sempre meno. Con l’attuale legge elettorale non possiamo esprimere preferenze sulle liste proporzionali. I candidati vengono scelti dai partiti. Anche nei collegi uninominali votiamo persone che le segreterie e le coalizioni hanno già selezionato.

I vertici decidono chi candidare, dove candidarlo e in quale posizione. Chi viene eletto sa che la propria possibilità di tornare in Parlamento passerà ancora da quelle scelte. Il cittadino arriva alla fine. Può scegliere tra le offerte che gli vengono presentate. Può accettarle o respingerle. Non concorre alla selezione della classe parlamentare. Si è formato così un ceto politico che tende a riprodurre se stesso. Una élite che seleziona i propri membri e poi chiede agli elettori di vidimare la scelta. In questo sistema promettere costa poco. Dire di no costa moltissimo.

Una politica seria dovrebbe presentarsi agli italiani con un linguaggio opposto: questo possiamo permettercelo, questo no. Questo ente serve, questo va chiuso. Questa spesa protegge chi ne ha bisogno, questa mantiene un apparato. Qui investiamo, qui tagliamo. E dovrebbe indicare una priorità: crescere.

Crescere significa aumentare la produttività. Tecnologia, intelligenza artificiale, energia a costi competitivi, infrastrutture, imprese più grandi, investimenti, formazione, università, ricerca. Una giustizia civile che decida in tempi accettabili. Una pubblica amministrazione che consenta a chi vuole investire di sapere se può farlo senza aspettare anni. Significa tagliare la spesa che non produce servizi, sviluppo o protezione sociale e usare quelle risorse per ridurre le tasse sul lavoro e sull’impresa.

Marchionne chiedeva: «Ferie da cosa?». La frase irritò molti italiani. Ma il bersaglio non erano le vacanze. Era l’immobilità. Dodici anni dopo un paese che cresce dello zero virgola, paga quasi cento miliardi di interessi sul debito, oltre 350 miliardi di pensioni e sostiene una spesa pubblica vicina ai 1.200 miliardi non può continuare a promettere tutto a tutti. Può continuare a raccontarlo.

È questo l’inganno. Prima viene la crescita. Senza crescita non c’è ricchezza da distribuire, non ci sono salari che tengano, non c’è welfare che possa reggere. Un paese che non cresce perde benessere, forza e libertà.

 
nicolafangareggi.substack.com




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