Reggio, il Novecento non è finito

Enrico Berlinguer foto Luigi Ghirri

Ho ricordi belli della Festa dell’Unità di Reggio Emilia. Uno coincide con l’inizio della mia professione giornalistica. Nel 1983 il direttore di allora, l’indimenticato Umberto Bonafini, mi mandò, ragazzino, a seguire il programma culturale della Festa nazionale. Fu l’ultima con Enrico Berlinguer. Quella delle fotografie di Luigi Ghirri rimaste nella storia: il segretario del Pci che parla al Campovolo davanti a una folla sterminata. Un’altra epoca, un altro partito, un altro Paese.

Ricordo concerti magnifici che potei seguire dal backstage: Vasco Rossi, Pino Daniele e molte delle star di quegli anni. Per un ragazzo che cominciava a fare il giornalista era un mondo grande, pieno di politica, musica, cultura, persone. Più avanti vennero i dibattiti e gli incontri ai quali fui invitato come giornalista. Molti anni fa, ormai.

Ricordo persino Gianfranco Fini ospite della Festa negli anni della Seconda Repubblica. Non era diventato comunista e nessuno temeva che potesse contagiare i volontari delle cucine. Esisteva una politica capace di confronto e di apertura al dialogo con chi stava dall’altra parte. Non questa orrenda stagione bipopulista nella quale non si invita manco Carlo Calenda, pericoloso sobillatore di quei rari italiani che ancora si ostinano a definirsi liberali.

Poi ci sono loro, naturalmente. I volontari, le cucine, le rezdore, i tesserati, le tavolate, i cappelletti, il lambrusco e il gnocco fritto.

Il, sia chiaro.

A Reggio nessuno dice “lo gnocco fritto”. Rigorosamente il gnocco fritto, al gnoc frét. Possiamo rinunciare al Pci, all’Unione Sovietica, alla falce e martello e persino alla rivoluzione mondiale. All’articolo determinativo no.

Tutto molto bello. Tutto molto vintage. Tutto molto Emilia contadina.

Il problema è che siamo ancora lì.

Reggio ospita per la terza volta consecutiva la Festa nazionale del Pd. Tre edizioni di fila non sono più una coincidenza. Sono quasi una concessione demaniale.

Perché proprio Reggio?

Perché Reggio è uno degli ultimi luoghi nei quali questa formula antica, ridotta rispetto ai fasti del passato, riesce ancora a stare in piedi. With a Little Help from My Friends, naturalmente.

Gli amici sono anzitutto i volontari, ai quali va riconosciuta una disponibilità fuori discussione. Ma anche pezzi importanti della società reggiana agganciati al partito unico dominante: imprese, cooperative, associazioni, professioni, reti di relazioni. Un ecosistema antico, capace di cambiare nomi, presidenti e insegne senza smarrire la strada.

A Reggio il pluralismo è una cosa seria. Purché non si esageri.

Sono passati più di quarant’anni da quella Festa del 1983 e nel frattempo il mondo ha preso velocità.

È arrivato il digitale. Quella sì, una finestra sul mondo. Ha permesso alle imprese reggiane di lavorare sui mercati internazionali e a chi studia di accedere da casa a conoscenze che un tempo avrebbe dovuto cercare altrove.

Poi è arrivata la Mediopadana, forse il nostro unico vero orizzonte di fuga. Bella, bianca, disegnata da Calatrava. Sali sul treno e in meno di un’ora sei a Milano, in due a Roma. Soprattutto, sei fuori.

Reggio il mondo lo vede. Le sue imprese migliori lo frequentano e competono. Il digitale ha cancellato buona parte delle distanze. La Mediopadana le attraversa a trecento all’ora.

Poi torni in città.

E scopri che, quando bisogna mettere insieme persone, risorse, relazioni, organizzazione, il motore che funziona meglio è ancora quello di mezzo secolo fa: la politica.

E a Reggio la politica, da mezzo secolo, significa soprattutto un partito. Ha cambiato nome diverse volte. Oggi si chiama Pd.

La Festa nazionale funziona proprio per questo. C’è il partito e intorno al partito si muove il resto. Volontari, amministratori, associazioni, imprese, mondi professionali, relazioni.

Senza politica si muove molto meno.

Questa è l’anomalia reggiana.

Non che esista una Festa dell’Unità. Ben venga. L’anomalia è che una città che si racconta moderna, europea, innovativa riesca ancora a mobilitare le proprie energie soprattutto quando entra in funzione la vecchia centrale politica.

Abbiamo provato anche il grande salto. L’Arena dei concerti, le ambizioni europee, Reggio sulla mappa internazionale dello spettacolo, il Campovolo trasformato nella nostra piccola Wembley padana.

Si è visto com’è andata.

La Festa nazionale, invece, torna. E funziona.

Qui il Novecento non è finito. Ha cambiato font. Non è colpa dei cappelletti, naturalmente. E nemmeno del gnocco fritto.

Il punto è un altro. Una città cresce quando produce energie autonome, quando lascia spazio a chi non appartiene, quando cultura, impresa, associazionismo e iniziativa privata riescono a camminare anche senza chiedere alla politica di accendere la luce.

A Reggio quella luce serve ancora troppo spesso.

E questo spiega anche una certa anima provinciale che sopravvive sotto il lessico contemporaneo. Innovazione, startup, mercato globale, sostenibilità, intelligenza artificiale. Parole nuove sopra una struttura antica.

Il provincialismo, del resto, non consiste nel vivere in provincia. Consiste nel pensare che il proprio sistema basti a se stesso.

La Mediopadana ci collega al mondo. Il digitale ce lo porta dentro casa. Ma una città non diventa internazionale perché passano i Frecciarossa o perché le sue aziende esportano.

Deve esserlo anche nella testa.

Dopo mezzo secolo, Reggio continua invece a riprodurre buona parte del proprio piccolo ordine: le appartenenze, le relazioni, la politica che tiene insieme i pezzi, il sospetto verso ciò che arriva da fuori senza essere stato presentato da qualcuno compatibile con l’appartenenza politica.

È un sistema che ha prodotto anche molto di buono. Ma ciò che per decenni è stato forza può diventare un limite quando impedisce di vedere ciò che è cambiato.

Il rischio non è restare provinciali. È diventare irrilevanti.

Intanto il Pci non c’è più, “Bandiera rossa trionferà” ha perso qualche posizione in classifica, ma il gnocco fritto resiste. Con lo strutto, possibilmente, perché anche il progressismo ha dei limiti.

“Una pastasciutta antifascista e passa anche il cancro”, cantava Jannacci.

Oh yes.




Ci sono 3 commenti

Partecipa anche tu
  1. Wally

    Sono nato e cresciuto a Reggio. Ho visto la mia città prosperarel negli anni ottanta ma purtroppo è rimasta lì. In centro città si faceva la vasca. Ora ci sono pochissimi negozi aperti e passeggiare in centro è pericoloso specie per le donne. La classe politica è sempre la stessa da 60 anni a questa parte, senza nessuna apertura e progresso tecnologico. Tutte le aziende reggiane più importanti legate alla metalmeccanica sono state a mano a mano acquistate da stranieri perché i figli dei fondatori non sono riusciti a portare avanti il loro lavoro: vedi Lombardini e vedi Brevini. Tutti i caseifici della provincia non ci sono più; solo pochi resistono. Tutto l’indotto e gli artigiani che lavoravano nella metalmeccanica sono chiusi. A Reggio non ci sono attrattive turistiche importanti e dopo un po’ ci si stanca di vedere solo la stanza del tricolore e mangiare sempre e solo cappelletti e gnocco fritto. Se a Reggio non sei comunista non vai da nessuna parte con tutte queste persone anziane che plagiano figli e nipoti con la dottrina comunista vecchia di troppi anni che non permette loro di pensare liberamente. Innovazione, inclusione e libertà di pensiero a Reggio Emilia non esiste a meno che non sei comunista. Tutto questo ha fatto si che Reggio Emilia da città piena di vita negli anni ottanta adesso sia solo uno sbiadito ricordo di quegli anni. Reggio Emilia ha fatto la stessa fine della sua discoteca più importante: il Marabù. Dagli anni settanta ai primi anni duemila era la discoteca più importante di tutta Europa, ora è solo una sorta di parcheggio con tutto in rovina. Stessa cosa per Reggio Emila. E chi come me ci ha vissuto per tutta la vita è un brutto colpo. Basta vivere con vecchi ricordi, bisogna portare Reggio Emilia a una nuova età di innovazione, progresso e prosperità. Per il comunismo si può fare a Reggio un bel museo dove portare i giovani delle nuove generazioni a visitare e a conoscere quello che fu una volta. Se vogliamo salvare Reggio Emilia, lasciamo a Reggio Emilia I giovani non ai vecchi comunisti di un tempo. Reggio somiglia sempre più ad una piccola città provinciale russa dove ancora si vive come vento anni fa. Il mondo è troppo avanti, Reggio è ancora troppo ancorata a quelle persone anziane che vivono in un mondo tutto loro obbligando e plagiando i propri giovani a vivere come loro nella loro epoca e nella loro città che fu. Salviamo Reggio Emilia dai suoi anziani se la vogliamo vedere prosperare ancora una volta.

  2. Corrado

    Non c’è bisogno di alcuna pastasciutta antifascista. Il focus sul “nemico” è basta, anziché sulle contro-proposte, e’ la tara della sinistra da oltre 20 anni.

  3. Miten Veniero Galvagni

    Grazie Direttore. Dalle montagne del Nord Italia ho scelto di abitare e lavorare a Reggio Emilia proprio per il mio innamoramento, nel 1966, di una Festa dell’Unità cui ho partecipato a Modena-e lì mi sono prefisso di lavorare in Emilia, una volta laureato- e poi ho scelto Reggio dato che il San Lazzaro, all’epoca, era il miraggio di molti specializzati in psichiatria che volevano liberare “i matti” dalle costrizioni dell’Istituzione Totale. E il San Lazzaro di Reggio era già pronto a dare spazio a tali giovani idealisti. Grazie ancora.


Invia un nuovo commento