Il Bosco Ospizio, che secondo la sentenza di una giudice non è un bosco, e dunque la proprietà può costruirci quel che la legge ha approvato, benché sia noto che a Reggio Emilia la legge viene interpretata a seconda dei casi, ha assunto una dimensione metafisica. Con le band che endorsano la lotta e i media nazionali che ne parlano e chiedono opinioni perfino agli storici della Chiesa manco fossimo in una facoltà di teologia morale, la questione è uscita dalla realtà.
Non si tratta più di Conad, di attivisti, di ruspe e di denunce. Bosco Ospizio è un brand globale, il simbolo di un portato di lotta e di sostegno, è il Bene della Natura contro il Male del capitale e del cemento, è l’ultimo feticcio da esibire sul palco perché il palco è uno spazio libero purché non si esca dal recinto dell’ormai defunto Campovolo.
Non ha alcuna importanza che quell’area non sia mai stata verde se non nei secoli scorsi, né che sia piena di topi e di pusher o di fattoni, né tantomeno che Reggio Emilia sia il settimo Comune d’Italia per disponibilità di verde per ogni singolo abitante. Quando subentra la metafisica non c’è partita, ciascuno sussume la propria parte di prati verdi belli e puliti, e di aria fresca di montagna, e di ritorno agli anni più belli, l’infanzia, la scoperta, la gioia semplice di essere nel mondo. Vogliamo il Bene, ci mancherebbe.
Vero è che la città ospita molteplici parchi, ma da quando anni fa il Comune soppresse l’ufficio verde quegli spazi sono diventati sporchi, poco accessibili e pericolosi. Vero è che le urgenze sono altre, tipo l’estinzione fisica della via Emilia da una millenaria storia di socialità, mercato e scambio, e forse sarà il caso di provare a pensarci anziché produrre scemenze fantasmatiche da comunicatori mantenuti di scarso talento. Vero è che gli anziani e le donne hanno smesso di uscire la sera, ma anche di giorno, perché in mezza città la possibilità di passare un guaio ha oltrepassato la soglia accettabile, e poi che bello firmare per i negozi di prossimità, roba da scassinatori di tombe in un pianeta che viaggia a velocità della luce – non qui, diciamo.
Ma in questa Reggio dove il responsabile organizzativo del Pd nazionale, detto Taruffenko dagli amici, ha programmato di delegare per l’eternità la festa del partito qui da noi, e insieme mettiamo la festa di Emergency, e poi i Kids di Internazionale, e le liturgie novecentesche che bella ciao bella ciao bella ciao ciao ciao, laddove sindaco e giunta in oltre due anni non sono stati in grado di esprimere qualcosa che somigli a un’idea, un progetto, una scelta, una visione della città per i prossimi anni, annegando nei selfie, nella retorica e nel tradizionalismo, in questa Reggio dicevamo che è balzata indietro di decenni, senza energia, senza innovazione, senza futuro, buona a festeggiare il 25 aprile come una volta, una città morente, dai sintomi moltiplicati, e un sindaco incapace di emettere suono, e insomma: che Massarenko chiudesse infine questa litania senza fine, prendesse il coraggio a due mani e dicesse sì o no, si svegliasse, si muovesse, avesse la forza di un pensierino proprio che almeno gli somigli, e si rendesse conto di quale mestiere gli sia stato incautamente affidato. Compreso il vice vorace con papà annesso, sia chiaro.






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