Venticinque anni fa, l’11 settembre aprì il ventunesimo secolo. Non fu soltanto il più clamoroso attentato terroristico della storia contemporanea. Fu una dichiarazione di guerra: l’islamismo jihadista contro l’Occidente. Non contro una singola decisione americana, non soltanto contro gli Stati Uniti, ma contro una civiltà e il suo modo di vivere. Quella guerra non è finita. Ha cambiato forme, sigle, territori, strategie. In una prospettiva storica potremmo essere soltanto all’inizio.
L’Occidente fatica ancora a nominare il proprio avversario. Il jihadismo non esaurisce l’Islam, ma nasce al suo interno, ne utilizza testi, simboli e categorie religiose, pretende il primato della legge divina sulla libertà dell’individuo. Jihad, martirio, teocrazia non sono invenzioni occidentali. Appartengono al linguaggio con cui l’islamismo radicale definisce se stesso e il proprio rapporto con il mondo. Negare questa radice non è tolleranza. È rimozione.
Il conflitto è politico, religioso, culturale. Oppone due idee di società. L’Occidente moderno nasce dalla separazione tra religione e Stato, dalla libertà individuale, dalla democrazia, dalla parità tra uomo e donna, dalla libertà sessuale, dal diritto di credere, cambiare religione o non credere. Ha sottratto la legge alla verità rivelata e riconosciuto all’individuo uno spazio nel quale nessun potere politico o religioso dovrebbe poter entrare. L’islamismo politico muove dalla premessa opposta: la legge di Dio precede quella degli uomini, la comunità religiosa precede l’individuo.
Ma il primato occidentale non riguarda soltanto i diritti. Riguarda i risultati. La rivoluzione scientifica, la medicina moderna, l’industria, l’università, l’economia di mercato, l’innovazione tecnologica hanno cambiato la condizione materiale dell’umanità. L’Occidente ha creato ricchezza e benessere, allungato la vita, ridotto la mortalità infantile, sconfitto malattie, moltiplicato la produzione, diffuso istruzione e conoscenza. Ha trasformato la ricchezza in sanità, welfare, sicurezza sociale, possibilità di scelta.
Non è casuale che questo salto sia avvenuto dove ricerca, impresa, dissenso e iniziativa individuale hanno conquistato spazi di libertà. Le società liberali non hanno prodotto soltanto più diritti: hanno prodotto più conoscenza, innovazione, ricchezza. Scienza, libertà politica e libertà economica appartengono alla stessa grande avventura della modernità occidentale. Il resto del mondo ne utilizza ogni giorno i risultati. Non abbiamo alcun motivo di vergognarcene.
Ed eccoci all’Italia del 2026. Ancora ieri, davanti a Montecitorio, manifestanti di sinistra hanno inneggiato a Hamas e Hezbollah. Le parole qui contano. Solidarizzare con i palestinesi è una cosa. Criticare Netanyahu, chiedere la fine della guerra, sostenere la nascita di uno Stato palestinese appartiene alla politica. Inneggiare a Hamas è altro. Hamas è un’organizzazione islamista armata, responsabile del massacro del 7 ottobre e nemica dell’esistenza di Israele. Hezbollah appartiene allo stesso universo dell’islamismo armato, dentro un’altra storia e un’altra matrice religiosa. Chi li celebra non sta semplicemente scegliendo la Palestina. Sceglie un campo politico e ideologico.
Che questo accada nella sinistra radicale italiana apre una contraddizione enorme. La sinistra europea ha costruito una parte essenziale della propria identità sulla laicità. Ha combattuto il clericalismo e l’ingerenza religiosa nella vita pubblica, ha fatto dell’emancipazione femminile, della libertà sessuale, dell’autodeterminazione, dei diritti Lgbtq+ e della libertà di pensiero le proprie bandiere. Ha contestato per decenni alla Chiesa cattolica ogni tentativo di condizionare leggi, scuola, famiglia, sessualità.
Oggi una sua parte considera oscurantista il cattolicesimo europeo e usa cautele infinite davanti a un integralismo islamico assai più distante dai valori che proclama. Combatte il patriarcato in Italia e abbassa la voce quando viene imposto in nome dell’Islam. Rivendica i diritti Lgbtq+ e tollera nelle proprie piazze l’esaltazione di movimenti che quei diritti negano. Pretende uno spazio pubblico secolarizzato in Europa e riserva all’Islam politico una deferenza impensabile verso il cristianesimo.
A meno che non siamo cambiati.
Perché potrebbe essere questo il punto. Una parte della sinistra ha sostituito la vecchia lettura di classe con una geografia morale più semplice: l’Occidente è ricco e potente, dunque oppressore; chi lo combatte appartiene al campo degli oppressi. Da qui nasce il corto circuito per cui un movimento religioso, autoritario e reazionario può essere trasformato in soggetto di liberazione purché combatta Israele o gli Stati Uniti.
Ma Hamas non diventa progressista perché combatte Israele. Hezbollah non diventa democratico perché combatte l’Occidente. L’islamismo non diventa emancipatore perché si presenta come anticoloniale. Essere nemici dell’America non significa essere amici della libertà. Sono distinzioni elementari che una cultura politica nata dall’Illuminismo e dalla secolarizzazione dovrebbe conoscere meglio di chiunque altro.
Qui l’11 settembre torna a parlare al presente. Quel giorno l’islamismo jihadista mise davanti al mondo una realtà che venticinque anni di eufemismi non hanno cancellato: esiste un progetto politico-religioso che considera l’Occidente un nemico non soltanto per ciò che fa, ma per ciò che è. Perché separa Dio dallo Stato. Perché mette l’individuo prima della comunità religiosa. Perché una donna può decidere della propria vita, un omosessuale viverla apertamente, un credente cambiare fede, un ateo dichiararsi tale, uno scrittore irridere una religione. Perché nessuna verità rivelata, almeno in linea di principio, può diventare legge per tutti.
È questo il conflitto aperto venticinque anni fa. Non sappiamo quanto durerà né quali forme assumerà. Sappiamo però che l’islamismo radicale ha un’idea precisa dell’Occidente e delle ragioni per cui lo combatte.
Il paradosso è che l’islamismo sa bene che cosa sia l’Occidente. Siamo noi ad avere cominciato a dubitare di ciò che siamo.
Una civiltà che ha prodotto libertà, scienza, ricchezza e benessere non ha bisogno di chiedere permesso per difendersi.






Non mi capacito di come l’Occidente ed a maggior ragione la nostra amata Europa,
si stiano (coscientemente) suicidando, perdendo giorno dopo giorno liberta’, storia, cultura, tradizioni, economia. Un processo avviato gia’ da anni, inesorabile ed oramai
inarrestabile se non intraprendendo politiche ed azioni che oramai non sono nemmeno piu’ nella nostra natura. Supponenti pecore al pascolo, senza alcuna protezione.