Sulla scomunica di Erri De Luca

Erri De Luca intervista – YT

La censura inflitta a Erri De Luca al Festival della Letteratura di Salerno suona come una sentenza immediata di scomunica per uno scrittore che, fino a ieri, era considerato pienamente organico al pantheon culturale della sinistra letteraria. La colpa? Aver sostenuto che quanto accade a Gaza non corrisponde alla definizione di genocidio. Un’opinione discutibile, condivisibile o meno, ma sufficiente a trasformare un autore celebrato in un reprobo. Nella liturgia della cultura militante, certi dogmi non si discutono: si recitano.

A poco serve ricordare che De Luca fu capo del servizio d’ordine di Lotta Continua, esperienza non esattamente associata alla meditazione zen o al dialogo interreligioso. Quando il tribunale del conformismo emette la sentenza, il curriculum rivoluzionario non costituisce attenuante.

Lo stesso copione si è visto con Francesco De Gregori, colpevole di aver detto una banalità: le sue canzoni non nascono per impartire lezioni morali né per organizzare la mobilitazione permanente delle coscienze. Apriti cielo.

Il problema è che il pensiero unico tollera tutto, tranne il pensiero. E soprattutto quello divergente. Così De Luca viene accompagnato verso il rogo simbolico degli eretici: addio festival, addio inviti, addio salotti. Entri nella lista nera e ne esci soltanto dopo una pubblica abiura, possibilmente umiliata e sanguinante.

La letteratura, a quanto pare, non deve più essere libera. Deve essere schierata. O è propal, o non è.

Da Galileo a Giordano Bruno, la storia insegna che il dogma cambia argomento, ma conserva sempre lo stesso carattere: non ama le opinioni concorrenti.




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