L’Ariosto per la strada, a braccetto con l’IA

Ippogrifo Ivanna Rossi – IR

L’IA, nel senso di Intelligenza Ariostesca, ha generato l’ippogrifo, una cavalcatura alata capace di sorvolare boschi, torrenti e sentieri malagevoli e arrivare senza inciampi o briganti a Reggio o a Ferrara. La bestia non è stata brevettata, ma è indubbiamente reggiana, incubata tra il 1501 e il 1503 quando l’Ariosto, giovane capitano della rocca di Canossa, presidiava una frontiera con pochi problemi e molto tempo per contemplare la vastità azzurrina.

Giustamente l’ippogrifo è stato per lungo tempo il logo del turismo reggiano. Adesso, inutilizzato, scalpita e sbatte le ali sopra il centro storico della città in pericolo di abbandono. Ci vuole dire: eccomi, arrivo! Sono qua io!

In effetti il deposito di immagini energia ed ironia dell’Orlando Furioso è in grado di togliere polvere e ragni dai negozi sfitti. Se ben usato può mettere in vetrina… le vetrine stesse, e riattivare il famoso struscio che si faceva quando la gioventù del loco passeggiava in via Emilia per mirare, esser mirata, eccetera.

L'Orlando furioso

L’Orlando furioso

La nostra è un’epoca di Grandi Mostre Imperdibili, di graffitisti geniali, di arte a cielo aperto, fuori dagli schemi e dalle gallerie. Si potrebbe dunque chiedere gratis un aiuto all’IA, perché ci faccia vedere l’Orlando passo dopo passo, un’ottava dopo l’altra, on the road.

L’ippogrifo, che tutto vede dall’alto, avvista già torme di turisti cult, che scalpitano per fare due passi tra le ottave d’oro del Nostro, tra i 46 canti fiabeschi, che narrano amori da dar giù di testa, supereroi e supereroine nonché maghi lungi-miranti, fughe, rincorse e tradimenti in un teatro geopolitico che precorre l’attuale. Non manca il tentativo (anacronistico) di sbarazzarsi delle armi da fuoco che al tempo dei Paladini ancora non c’erano e di esecrarle, e di dar ugual valore alle donne e ai cavalieri.

Si dirà: cosa c’entrano le immagini con il racconto ariostesco, ch’è tutto un canto? Risposta: questa è esattamente la domanda da fare all’IA. Provare per credere! Lei l’Orlando lo conosce, o così vuol far credere. Per esempio se le chiedi di mostrarti un cavaliere saraceno che combatte contro Bradamante, progenitrice dei “nostri” ex duchi d’Este, l’Intelligenza ti dà un prodotto finito, con tanto di scimitarra.

Bradamante contro un cavaliere saraceno

Bradamante contro un cavaliere saraceno

Se le chiedi di rappresentare Ruggiero mentre lega il suo cavallo al paladino Astolfo trasformato in pianta di mirto, lei te lo mostra senza problemi.

Ruggiero mentre lega il suo cavallo al paladino Astolfo trasformato in pianta di mirto

Ruggiero mentre lega il suo cavallo al paladino Astolfo trasformato in pianta di mirto

Se invece pretendi l’immagine dell’Orco di Ebuda che incatena nude alle rocce le donne che cercano di scappare dal suo serraglio, ti risponde che Lei, l’Intelligenza, non ti farà mai vedere scene degradanti, suvvia. Se le fai notare che si tratta dell’Orlando Furioso ammette di aver sbagliato e ti chiede scusa, ma niente donne nude, peramordidio.

Allora, sempre pensando alle Grandi Mostre, che poi sono un sequel di pagine verticali, pagine belle e importanti, davanti alle quali soffermarsi passeggiando, perché non provare a tappare i buchi, a velare l’angoscia del vuoto, almeno temporaneamente, grazie a una bella serie di vetrofanie ariostesche?

Un effetto placebo, un’attrazione effimera, un argomento di meraviglia? Se anche fosse?


Di suo, l’Orlando Furioso è un gran divertimento, ancor di più se lo si legge dialogando con l’intelligenza artificiale. Per i reggiani potrebbe essere uno stimolo a conoscere meglio una gloria patria, ora nota soprattutto per aver dato il nome a una via del centro, a un teatro e a un supermercato.




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