Dopo aver ascoltato in rete i comizi dei Giovani Democratici, che qui ripropongo a beneficio dei più distratti, ho trascorso una serata sulle Teche Rai e su YouTube.
E voi che pensavate che l’attacco al neo-liberismo della segretaria Schlein – o l’invito alla diserzione della segreteria dei giovani – fosse abbastanza.
Sentite un po’ qua invece, va. pic.twitter.com/G4Vk8rZc71
— Luigi Marattin (@marattin) September 17, 2026
Una sorta di terapia d’urto. Ho rivisto i principali documenti dedicati a Enrico Berlinguer, compreso il film di Walter Veltroni, ma soprattutto gli interventi e i discorsi originali di Berlinguer.
Tra questi, il celebre intervento di Mosca del 1977, davanti ai dirigenti sovietici riuniti per il sessantesimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre. Berlinguer va a casa del Pcus e pronuncia parole che in quella sala pesano come pietre: la democrazia è un «valore storicamente universale», il socialismo deve garantire libertà personali e collettive, pluralismo politico, libertà religiosa, carattere non ideologico dello Stato. Non proprio una conversazione da salotto nella Mosca di Brežnev. L’intervento fu seguito dal gelo della platea sovietica. Anche quel silenzio, a rivederlo oggi, è un documento politico.
Confesso che il passaggio da Berlinguer agli odierni sedicenti eredi del comunismo italiano non è stato indenne per la mia sensibilità. Nessuna nostalgia. Basta continuare ad attribuire alle parole un significato e alla storia una qualche importanza per misurare la distanza.
Il Pd nacque, molto tempo dopo, da una sincera ambizione riformista: raccogliere le migliori tradizioni della sinistra democratica italiana del Novecento, comunista, socialista e cattolico-democratica, e portarle dentro il nuovo secolo. Un progetto arrivato tardi, ma sensato. Ascoltando alcuni giovani dirigenti alla recente Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia viene il sospetto che nel frattempo siano andate perdute non soltanto le tradizioni politiche, ma anche le istruzioni per l’uso.
Il problema è anche essere comunisti nel 2026, o dichiararsi nostalgici di un sistema politico e ideologico che la storia ha già sottoposto a un giudizio severo e che lo stesso Berlinguer, quasi mezzo secolo fa, aveva cominciato a superare. Ma c’è qualcosa che viene persino prima: sapere di cosa si parla. Il livello politico e culturale espresso in certi interventi avrebbe faticato a trovare cittadinanza persino in un’assemblea d’istituto degli anni Settanta. Soprattutto, non avrebbe trovato lo spazio di un palco politico per manifesta inadeguatezza.
Quella sinistra, reduce dalla sbronza sessantottina, cominciava almeno a fare i conti con la realtà e cercava di rappresentare lavoratori, donne, ceti popolari, deboli. Per farlo studiava, discuteva, litigava. Anche ferocemente. Ma conosceva la storia.
Orwell aveva capito che il rapporto con il passato non è mai innocente: quando si perde il significato delle parole e si riscrive ciò che è stato, si finisce per non capire neppure il presente. Qui il paradosso diventa quasi comico. Berlinguer andava a Mosca a spiegare ai sovietici il pluralismo e il valore universale della democrazia. Quasi cinquant’anni dopo, da Reggio Emilia, qualcuno sembra impegnato nel percorso inverso. Non è progresso. È vintage.
Folklore e delirio a parte, della Festa restano i numeri probabilmente un po’ generosi rivendicati dal segretario locale e soprattutto un’immagine della città che meriterebbe qualche riflessione. Reggio Emilia appare ferma nell’industria, nella tecnologia, nell’impresa, nella crescita, nella capacità di immaginare un futuro di benessere e prosperità, ma continua a offrire al Paese il vecchio format della grande sagra politica.
Un appuntamento definito nazionale dentro un’area che ha già conosciuto i disastri dell’aeroporto e dell’Arena Campovolo, dove leader e capicorrente parlano tra loro anche davanti a platee deserte e dal palco si può dire quasi tutto senza conseguenze. Una specie di Hyde Park emiliano: si sale sulla cassetta, si annuncia la catastrofe, si indica il nemico, si applaude, si mangia qualcosa e si torna a casa. Catastrofisti e saltimbanchi compresi. Il giorno dopo il mondo riparte senza attendere indicazioni da Reggio Emilia.
La vita, intanto, scorre altrove.
A quel punto meglio tornare alle Teche Rai. Berlinguer in bianco e nero, qualità video mediocre, niente reel, niente algoritmo. Ma almeno qualcosa si impara. Visione consigliata soprattutto ai giovani democratici nostalgici del comunismo.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu