La lettera aperta dell’assessora alle politiche educative del Comune di Reggio Emilia Marwa Mahmoud e di oltre trenta amministratori locali e politici con background migratorio, scritta all’indomani del tragico episodio di Modena, “tocca un punto innegabile: la cattiva abitudine di usare una tragedia per fare propaganda politica immediata”.
Lo riconoscono il consigliere comunale della lista civica Per Reggio Giovanni Tarquini e Matteo Marchesini dell’associazione Reggio Civica, che sottolineano però anche come questa sia “abitudine di molti schieramenti, anche a sinistra”.
“Bene fanno a chiedere che il dibattito sia ‘all’altezza’ e a dire che una foresta che cresce fa meno rumore di un albero che cade. Tuttavia, fermarsi alla condanna della propaganda rischia di essere un modo per non guardare in faccia la realtà. Dire che ‘l’integrazione è fallita’ non è necessariamente un messaggio di intolleranza, ma solo la constatazione, dolorosa e lucida, di un modello che non funziona”.
Secondo Tarquini e Marchesini, “il problema sollevato dai fatti di Modena non ha nulla a che vedere con l’odio, ma con il vuoto. Quando si parla di seconde generazioni, la politica per anni ha pensato che l’integrazione fosse un fatto automatico, legato al passaporto, allo ius scholae, al welfare, alla coesistenza nello stesso quartiere. Ci si è illusi che bastasse condividere lo stesso suolo per diventare concittadini. La realtà dimostra il contrario. Vivere vicini senza un’osmosi culturale profonda non crea comunità, crea solitudine e, nei casi più fragili, violenza”.
E “se non si può colpevolizzare un’intera comunità per il gesto di un singolo, non si può ignorare il contesto in cui certi gesti maturano: un contesto di emarginazione, anche psichica, in cui il legame con la società ospitante è puramente formale. Nel testo si richiama la festa del 2 giugno, la Repubblica, la democrazia. Ma per amare la Repubblica e i suoi valori, bisogna che quella Repubblica creda in se stessa, nella propria storia, nelle proprie radici e nella sacralità delle proprie leggi”.
L’integrazione fallisce, sostengono Tarquini e Marchesini, “quando la cultura ospitante si vergogna di sé, relativizza ogni valore e non offre più appartenenza. Gli esseri umani non vivono nel vuoto ideologico, hanno bisogno di significato. Se l’Italia e l’Europa non riempiono quel vuoto con i propri valori non negoziabili, esso verrà riempito da identità terze, spesso radicali”.
La foresta, dunque, “esiste e può essere una opportunità. Ma per difenderla bisogna ammettere che qualcosa nel meccanismo culturale si è inceppato. Chiedere verità significa chiedersi perché un ragazzo cresciuto nelle nostre scuole arrivi a odiare la società in cui vive. Questa non è propaganda, ma la vera responsabilità della politica. Altrimenti, la cronaca continuerà a raccontarci la realtà con la durezza dei fatti più dolorosi”.







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