Il woke sta finendo quasi ovunque. Resiste ancora nei palazzi della politica spagnola di Pedro Sánchez, in qualche università americana e in alcuni territori della sinistra italiana – soprattutto quella emiliana, dove le mode ideologiche arrivano spesso con qualche anno di ritardo rispetto al resto del mondo. Ma il ciclo storico appare esaurito.
Eppure sarebbe un errore considerare il woke soltanto una caricatura grottesca fatta di asterischi, linguaggio inclusivo e battaglie identitarie. Per capire ciò che sta accadendo bisogna guardare più in profondità. Il woke non è stato un incidente della sinistra occidentale: è stato il suo ultimo rifugio storico dopo il crollo del comunismo.
Quando il marxismo-leninismo si dissolse insieme al Muro di Berlino, la sinistra europea e americana perse improvvisamente la propria promessa universale. Non poteva più parlare di rivoluzione proletaria, di dittatura del proletariato o di superamento del capitalismo. Ma una cultura politica non smette di esistere dall’oggi al domani. Cambia linguaggio. Cambia lessico. Cambia i soggetti della redenzione.
La classe operaia venne sostituita dalle minoranze. La fabbrica dalle università. L’economia dai diritti simbolici. La lotta di classe dalle politiche identitarie. Restò però intatta la struttura morale: oppressori contro oppressi, colpa contro innocenza, rieducazione permanente, delegittimazione dell’avversario.
Il woke è stato questo: la metamorfosi culturale della sinistra dopo la morte del socialismo reale. Nel frattempo, però, il mondo reale andava da un’altra parte.
Il neoliberismo ha certamente prodotto squilibri, precarietà e crisi ricorrenti. Il capitalismo resta ciò che è sempre stato: una gigantesca macchina di produzione della ricchezza capace però di entrare periodicamente in convulsione. Ma bisogna anche riconoscere un fatto che le élite occidentali hanno spesso rimosso per pudore ideologico: l’Occidente ha vinto.
Ha vinto economicamente, tecnologicamente, scientificamente, culturalmente. Ha vinto a tal punto che milioni di persone provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente e dall’Asia cercano ogni anno di entrare in Europa o negli Stati Uniti. Nessuno rischia la vita attraversando il Mediterraneo per raggiungere un sistema fallito.
Qui emerge il grande paradosso degli ultimi trent’anni: proprio mentre il resto del mondo desiderava l’Occidente, l’Occidente iniziava a vergognarsi di sé stesso.
La cultura woke nasce esattamente dentro questo senso di colpa storico. L’Europa e una parte dell’America hanno cominciato a raccontarsi come civiltà oppressive, coloniali, patriarcali, intrinsecamente colpevoli. Ogni identità forte veniva guardata con sospetto. Ogni gerarchia era considerata violenza. Ogni confine una discriminazione. Ogni tradizione un abuso da decostruire.
È qui che la French Theory — da Derrida a Foucault — ha esercitato la propria influenza più profonda. La decostruzione, nata come raffinato esercizio filosofico, è lentamente uscita dalle università per trasformarsi in clima culturale generale. Tutto doveva essere relativizzato. Tutto problematizzato. Tutto dissolto.
Ma una civiltà può vivere di critica infinita? Può reggersi soltanto sulla demolizione dei propri fondamenti simbolici?
René Girard aveva intuito il rischio con grande anticipo. Quando una società perde il proprio centro morale condiviso, il conflitto non scompare: diventa mimetico, incontrollabile, permanente. La decostruzione prometteva liberazione; spesso ha prodotto disorientamento. E il disorientamento, quasi sempre, apre la strada alla paura.
Dentro questo vuoto si è inserita la nuova destra occidentale.
Non più soltanto conservatrice, ma portatrice di un nuovo immaginario forte. Pensatori e imprenditori come Peter Thiel o Alex Karp parlano apertamente di civiltà, destino, potenza, trascendenza, persino di Dio. Non vivono il successo economico come una colpa da giustificare, ma come una manifestazione di energia storica.
Anche Donald Trump va interpretato così. La sinistra continua a considerarlo un’anomalia morale, un incidente della democrazia americana. Ma un incidente non vince due volte. Trump è piuttosto il sintomo di una frattura profonda: milioni di occidentali hanno smesso di riconoscersi nelle élite culturali che li accusano costantemente di essere privilegiati, razzisti, arretrati o moralmente inadeguati.
Lo stesso fenomeno attraversa l’Europa.
L’Unione Europea ha immaginato che integrazione significasse semplicemente coesistenza. Ha creduto che i popoli fossero intercambiabili, che identità e appartenenze fossero residui del passato destinati a sciogliersi spontaneamente dentro il mercato globale. Non è andata così.
In molti quartieri europei si sono consolidate comunità parallele. L’islam salafita si è rafforzato approfittando della debolezza culturale degli Stati. E ogni volta che emergono episodi di violenza o radicalizzazione, una parte della sinistra reagisce soprattutto difendendo il dogma dell’integrazione, anche quando l’integrazione è evidentemente fallita.
Le manifestazioni di questi giorni a Modena raccontano precisamente questo smarrimento: non la forza di una cultura politica sicura di sé, ma la sua crisi. Come se il messaggio fosse: non sappiamo più cosa fare, ma non possiamo ammettere che il modello non funziona.
Il punto decisivo, tuttavia, non è la sicurezza. È il vuoto culturale.
Per decenni l’Europa ha insegnato alle nuove generazioni che ogni identità fosse sospetta, ogni verità relativa, ogni radice potenzialmente oppressiva. Ma gli esseri umani non vivono nel vuoto. Hanno bisogno di appartenenza, ordine simbolico, significato, continuità.
Quando una civiltà smette di credere in sé stessa, qualcun altro finirà inevitabilmente per credere al posto suo.
Il woke arretra perché il mondo è tornato tragico. Guerra, migrazioni, tecnologia, crisi demografica, islam politico, competizione globale: la storia è rientrata violentemente nella vita occidentale. E le categorie morali della decostruzione non bastano più a interpretarla.
Il problema dell’Europa, oggi, non è avere troppa storia. È aver creduto di poterne fare a meno.







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