Ma quale patrimoniale

tassa patrimoniale Monopoli

Si moltiplicano nel Pd gli appelli a favore di una misura tanto semplice quanto storicamente inefficace per uscire dalla crisi economica in corso: una bella nuova tassa patrimoniale che vada ad aggiungersi allo sterminato arcipelago di balzelli su cui si appoggia il fisco italiano.

Leggo la deputata modenese Giuditta Pini sostenere che “chi ha di più, dia di più: è giusto, è bello, è di sinistra”. Ma certo. Come ha fatto sinora Mario Draghi a non accorgersene? Forse perché non si sente “di sinistra”. O magari perché, ipotizziamo, di economia mastica un filino in più dell’onorevole Pini e a nuove tasse non pensa proprio. Cerchiamo di capirci.

È utile ricordare che la progressività delle imposte è un cardine costituzionale. Se guadagni di più paghi di più, come si impara fin da bambini. Se guadagni pochissimo non devi nemmeno pagarle, le tasse sul reddito, perché lo Stato non vuole metterti in ulteriore difficoltà. E qualora tu non abbia nemmeno le possibilità per poterlo realizzare, un reddito, vieni supportato da un sistema di welfare che, per quanto possibile, tenta di sostenerti e di non farti cadere in assoluta povertà.

In Italia esistono diverse forme di assistenza diretta: pensioni di invalidità, reddito di cittadinanza, aiuti alle famiglie e agli anziani soli. Certo: la crisi dovuta alla pandemia ha gettato milioni di italiani da una condizione materiale sufficiente a uno stato di bisogno mai vissuto in precedenza. Siamo un paese ricco, tra le prime economie mondiali, ma oggi va molto peggio di trenta o quaranta anni fa. Il ceto medio si è impoverito, molti imprenditori e lavoratori autonomi sono alla fame e chi non vive con la garanzia del posto fisso – i dipendenti pubblici su tutti – si ritrova in condizioni di estrema difficoltà.

Si dice: la patrimoniale è una tassa sulla proprietà e non sul reddito. Sembra facile. Sembra Robin Hood, che prendeva ai ricchi per dare ai poveri. La redistribuzione del valore è del resto un metodo già messo in atto nel passato in varie zone del mondo con esiti di norma poco brillanti e spesso disastrosi. Ma c’è un problema, o meglio, più di uno.

Cominciamo con l’identificazione della ricchezza. Chi sono i ricchi e dove si trovano i patrimoni? Forse nelle due stanze a Cattolica ereditate da mamma e papà? Nell’automobile di lusso comprata con il mutuo che ora non si riesce manco a rimborsare?
O forse la ricchezza è quella delle società che fanno grandi utili e che hanno spostato la sede fiscale in Irlanda o in Olanda, dove pagano tasse in misura assai inferiore rispetto alla media italiana?

A meno che non si ipotizzino soluzioni rivoluzionarie che peraltro, per svilupparsi, avrebbero bisogno di un largo consenso sociale, il problema della redistribuzione della ricchezza non si risolve con l’applicazione di nuove tasse, ma con la creazione di valore aggiunto.

Per ripartire e portare il paese fuori dalla crisi che esiste a partire dagli anni Novanta non occorrono nuove tasse, da cui siamo già ammorbati. Servono riforme: una forte, incisiva riforma della burocrazia che oggi opprime l’impresa. Una riforma della giustizia, oggi completamente ingolfata da milioni di leggi, sentenze, cavilli con cause e processi dalla durata media di nove-dieci anni. Una semplificazione istituzionale che faccia pulizia di meccanismi di competenza riprodotti su se stessi. Una profonda riforma del sistema educativo che consenta ai giovani di prendere il futuro nelle mani percependo lo Stato come un alleato e non come un avversario.

Pragmatismo, velocità, alta formazione accessibile ai meritevoli, spinta competitiva nelle università e visione globale: è il ventunesimo secolo, signori, e a questo bisogna acconciarsi. Se non c’è crescita non si genera ricchezza, e in assenza di ricchezza non c’è niente da redistribuire. È abbastanza sconfortante che la politica, non avendo evidentemente di meglio da fare, si rifugi negli appelli novecenteschi dell’appartenenza. Persino Mao Zedong voleva che il gatto fosse capace di prendere il topo senza fare distinzione tra i colori.

Nelle previsioni generali il Pil italiano crescerà del 4% nel 2021 e circa altrettanto nel 2022. Se nel solo 2020 il Pil è calato del 9%, significa che non basteranno due anni per tornare ai livelli che hanno preceduto il Covid. Una tassa addizionale sui patrimoni non farebbe che colpire margini di ricchezza presunta: su quali basi si calcolerebbe la base imponibile? Sarebbe una ulteriore tassa sulla casa.

Ma il vero errore si vede dal principio. Abbiamo bisogno di ripartire, di inventare nuove strade, di affrontare i mercati, di crescere nel fatturato e negli utili. Altro che evocare una “tassa sui ricchi”. Facciamoli lavorare anziché tassarli, questi ricchi tanto odiati.




C'è 1 Commento

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  1. Quasi ricco

    Semplificazione istituzionale e snellimento burocrazia significa licenziare un 50% di dipendenti pubblici nel settore amministrativo, si apriranno la loro partita Iva e avranno la possibilità di arricchirsi. Probabilmente Draghi sarà costretto a farlo in contemporanea con la patrimoniale.


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