“Preparatevi, perché sarà l’inizio di uno scandalo internazionale”, aveva promesso Victor Yari Milani, ideatore, proprietario e direttore artistico di Hellwatt Festival, l’ambizioso progetto musicale che doveva approdare alla Rcf Arena di Reggio Emilia a luglio ma che poi è tristemente naufragato.
Non è stato proprio così, ma alla fine la scena Milani se l’è presa: non nella seduta della quarta commissione consiliare Affari generali e istituzionali del Comune, convocata dall’opposizione il 30 luglio ma fatta saltare dalla maggioranza (che, non presentandosi, ha fatto mancare il numero legale necessario), ma durante una conferenza stampa congiunta organizzata da Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, lista civica Per Reggio Emilia e Coalizione civica nella mattinata di lunedì 3 agosto.
Nel suo show mediatico Milani, che ha parlato ininterrottamente a braccio per oltre un’ora e mezza, ha fatto qualche nome (attaccando frontalmente, più volte, la società Live Nation), mentre in altri casi i riferimenti sono stati più generici, a non meglio precisati “loro” e a presunti “cattivi” che lo avrebbero ostacolato, boicottato e infine estromesso dall’organizzazione, quando il festival ha cambiato nome diventando Pulse of Gaia Festival.
Buttato fuori, a suo dire, perché “scomodo”, perché “non allineato” alle principali realtà del mondo musicale e dei concerti dal vivo, perché “diverso” (“il 99% dei festival in Italia sono tutti uguali”). Un corpo estraneo, insomma, che il sistema ha voluto rigettare.
Una ricostruzione, va detto, apparsa a tratti anche confusa, iniziata peraltro con una lunga invettiva politica: contro il Partito Democratico, contro Lanfranco De Franco (Milani ha contestato alcune ricostruzioni esposte dal vicesindaco durante la seduta di commissione dello scorso 12 giugno), ha tirato in ballo presunte opacità e contiguità di Iren e Coopservice e ha chiesto le dimissioni del sindaco Massari, “reo” di aver definito “decisione saggia ma tardiva”, a inizio maggio, l’allontanamento di Milani: “Non si vergogna di quello che ha detto a un imprenditore di 41 anni vittima di racket?”, ha replicato il diretto interessato, per poi aggiungere che “decisione saggia ma tardiva sarebbero le dimissioni di Massari”.
L’intervento-fiume si è quindi spostato sul punto della questione: i rapporti con C.Volo, la società che ha in gestione l’arena spettacoli del Campovolo. Milani ha ripercorso – dal suo punto di vista, ovviamente – le tappe della vicenda, e anche qui gli affondi non sono mancati: C.Volo “società con un solo dipendente”, C.Volo che “non ha mai organizzato un concerto”, C.Volo “con un buco di bilancio di due milioni di euro non ripianato”, C.Volo descritta come una società inesperta nel settore, che fa e disfa, che cambia idea su contratti già firmati, che rimanda all’ultimo le decisioni sul budget, che modifica dal giorno alla notte la password alla casella mail aziendale di Milani per non farlo più accedere.
E ancora: i rapporti difficili (e poi interrotti) con il presidente di C.Volo Andrea Cattini e con Vittorio Della Casa, le gerarchie non rispettate, le promesse non mantenute, per arrivare ai sospetti sulla decisione del prefetto di Reggio Salvatore Angieri di vietare i concerti di Ye/Kanye West e Travis Scott, che secondo Milani avrebbe tolto le castagne dal fuoco agli organizzatori di un festival – a quel punto già Pulse of Gaia – che senza i due artisti statunitensi (e senza lo stesso Milani al comando) si sarebbe andato a schiantare, tra conti che non tornavano più e il rischio di un flop al botteghino. Milani è stato sibillino sul punto: “La decisione del prefetto è arrivata alla dieci di sera, ma i miei legali sapevano già al mattino di quel giorno come sarebbe andata a finire”.
Alla fine la sensazione è che la verità su questa vicenda emergerà solo in qualche aula di tribunale. Milani, dal canto suo, promette di mettere a disposizione dei giudici tutta la documentazione in suo possesso, e intanto non accantona il sogno Hellwatt: tutto rimandato al 2027. Non a Reggio, ovviamente, qui i ponti ormai sono bruciati. Ma lui ne è sicuro: alla fine il suo festival vedrà la luce, in Italia o all’estero.






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