Il corpo

don Giuseppe Dossetti Polveriera Reggio – FM

Questa domenica, la Chiesa cattolica celebra la festa del Corpus Domini, cioè proclama che quel pezzo di pane, che viene proposto alla venerazione dei fedeli, è il corpo del Signore, il corpo di Cristo. Come non dare ragione a Paolo di Tarso, quando dice che noi proclamiamo un messaggio, che è stoltezza per chi cerca sapienza, e debolezza, irrilevanza, per chi vuole agire efficacemente nella storia (1Cor 1)? Siamo però invitati ad approfondire l’argomento, a partire proprio dalla parola “corpo”.

Contro ogni spiritualismo, si afferma che è sbagliato dire che l’uomo ha un corpo, come si può avere una macchina, più o meno efficiente; si deve invece dire che l’uomo è un corpo e che tutto avviene con la sua partecipazione. Pensiamo anche soltanto alla sfera affettiva e sessuale: in positivo e in negativo, attraverso il corpo si giunge a toccare il centro della persona. Giustamente, fenomeni come la violenza e la pornografia, in particolare quella che coinvolge i bambini, sono trattati come reati contro la persona.

Tuttavia, il corpo viene violato, spesso senza rimorso. Pensiamo a Gaza, all’Ucraina, a ciò che è noto e soprattutto a ciò che nel mondo non supera la soglia dell’attenzione. Talvolta, pensiamo che queste atrocità appartengano a mondi distanti dal nostro, che appare come un’isola felice. Ma la realtà è diversa. Anche da noi, il corpo è umiliato e sfigurato. Pensiamo agli operai irregolari bruciati vivi in Calabria, o sfruttati indegnamente a Milano; al bracciante del Mali, ucciso a Taranto da un branco di ragazzini. Pensiamo ai femminicidi e alle morti “bianche” sul lavoro.

Comprendiamo forse meglio il senso del riconoscere in quel pane il corpo di Cristo e come sia importante che sia mostrato nelle strade delle nostre città. Come è forte e bello il termine “incarnazione”! Esso indica un rapporto irreversibile, che si colloca al livello più profondo della persona: esso diventa consolazione per chi è stato violato e incoraggiamento a chi vuole restituire onore alla natura umana.

Infatti, ci è richiesto di sentire nostra la carne del malato, dell’anziano, del mutilato, del superstite, che si chiede perché sia stato risparmiato dalla bomba che ha ucciso i suoi cari: grazie, grazie a chi continua a presidiare i luoghi di accoglienza e di cura. E’ fin troppo facile uccidere il progetto di vita di un ragazzino, ma dipende da chi incontra, se diventerà un medico o un terrorista.

Chi ha mangiato il pane dell’Eucaristia, si rende conto che il suo essere discepolo di Gesù porta con sé una chiamata all’impegno sociale e anche politico. Abbiamo ricordato, il due giugno, la nascita della Repubblica e di una forma democratica dello Stato. La rinascita dell’Italia è dipesa dal sacrificio e dall’impegno di tanti uomini e donne. Qualcuno pensa che questo slancio si sia affievolito. Può essere. Ma vorrei fare due osservazioni.

Anzitutto, la dimensione politica di una vita non si riduce alla conquista e alla gestione del potere. La Lettera a Diogneto, un testo del secondo secolo cristiano, parla di paràdoxos politèia: la dimensione pubblica della vita sta nel quotidiano, nel vivere la speranza e la carità, in modo paràdoxos, incomprensibile a chi non ha questo orizzonte. Gli atti più specificamente religiosi, come la Messa e la preghiera, ci parlano di speranza, “aprono il nostro cielo”, rovesciano gli idoli di questo mondo, il denaro, il potere, il piacere.

In secondo luogo, una vita secondo il Vangelo ricorda a tutti che siamo stranieri e pellegrini, come scrive l’apostolo Pietro (1P 2,11), che la nostra patria non è qui, ma “nei cieli”, ci dice Paolo (Fil 3,20). Prepariamoci al grande esame finale, acquisendo qualche “credito” da far valere davanti al Giudice.




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