Zola Predosa, infermiera aggredita da un paziente su un’ambulanza del 118

ospedale Maggiore Bologna ingresso pedonale

Domenica pomeriggio un’infermiera del 118 di Bologna è stata aggredita da una paziente durante il trasporto in ambulanza verso l’ospedale Maggiore. La donna lavora al 118 di Bologna da 35 anni ed è dipendente dell’Ausl, oltre a essere iscritta al sindacato Nursind. Al termine dell’aggressione ha riportato un trauma cranico non commotivo, graffi, escoriazioni e contusioni, oltre a un importante stato di choc post traumatico. La prognosi è di 9 giorni, ma i sintomi persistono e tornerà in pronto soccorso per una nuova valutazione.

L’intervento era iniziato a Zola Predosa, dove un mezzo del 118 era stato inviato su richiesta di una pattuglia dei carabinieri per una paziente in codice giallo in stato di choc. Al momento dell’arrivo dell’ambulanza, la donna si trovava all’interno dell’auto dei militari in evidente stato di agitazione tanto da rendere necessario l’utilizzo delle manette per il rischio che potesse compiere atti autolesionistici in quanto in apparente stato etilico e sotto l’apparente effetto di sostanze stupefacenti. Sul posto, come da protocollo, è arrivata anche l’automedica ma la paziente ha deciso di salire direttamente sull’ambulanza.
Dopo averla calmata è iniziato il trasporto verso l’ospedale Maggiore. Le chiavi delle manette erano in possesso dei carabinieri e, secondo il protocollo previsto sui mezzi del 118, i militari non possono entrare all’interno dell’ambulanza durante il trasporto. Dopo circa 5-10 minuti di viaggio, la paziente ha iniziato a divincolarsi dal sedile al quale era legata, cercando di togliersi le manette. Non essendo possibile liberarla in quel momento, ha rivolto la propria aggressività verso l’infermiera che si trovava di fronte a lei.
La donna ha afferrato l’operatrice sanitaria per i capelli, strappandole diverse ciocche, e ha iniziato a sbatterle la testa contro quanto si trovava intorno. L’autista, appena ne ha avuto la possibilità, ha fermato il mezzo ed è andato ad aiutare la collega. La paziente è stata quindi sedata dal medico e, una volta ristabilite le condizioni necessarie per proseguire, è stata accompagnata in ospedale per le cure e gli accertamenti del caso.

Per l’infermiera, invece, sono iniziati gli accertamenti e le conseguenze dell’aggressione. La tac ha dato esito negativo, ma sono rimasti mal di testa, nausea e vertigini, oltre alle ferite riportate durante la colluttazione e alla perdita di diverse ciocche di capelli. La prognosi iniziale è di 9 giorni, ma la necessità di una nuova valutazione medica testimonia il permanere dei disturbi. A questo si aggiunge il peso psicologico di un’aggressione subita mentre si stava svolgendo il proprio lavoro.

“Non ho paura di tornare al lavoro – le parole dell’operatrice sanitaria, che per motivi di privacy ha chiesto di rimanere anonima – ma in quel momento ho avuto davvero paura di morire. Inizialmente la paziente sembrava calma, poi all’improvviso ha cominciato ad aggredirmi e non sono riuscita subito a slegarmi dalla cintura. In quel momento non riuscivo a difendermi e lei mi ha colpito molto forte e con violenza”. Per l’infermiera “i carabinieri non potevano fare di più, perché le regole sono chiare. L’unica soluzione possibile è avere tre persone in ambulanza. Una terza persona è necessaria, potrebbe essere anche un volontario, ma qualcuno in più serve per gestire meglio le situazioni. Spesso, tra l’altro, le due persone incaricate per un servizio sono due donne e il rischio che accada qualcosa di grave è ancora più probabile”.

Per quanto accaduto, l’infermiera ha deciso che sporgerà denuncia.

Riguardo i dati dell’Ausl di Bologna, nel 2025 le aggressioni fisiche e verbali sono state 473, sostanzialmente invariate rispetto al 2024. “Ciò che è cambiato però – spiega Riccardo Tassini, infermiere dell’Ausl di Bologna e referente del Nursind – è la gravità delle violenze. I dati ci dicono che l’anno scorso le aggressioni fisiche sono state 146, 39% in più rispetto al 2024 e 131% in più rispetto al 2022”. Per l’episodio di domenica, Tassini esprime la propria solidarietà e vicinanza alla collega e a tutti gli operatori vittime di violenza, sottolineando che “aggredire un infermiere significa aggredire un sistema che tutela tutti noi. Garantire la sicurezza degli operatori sanitari non significa tutelare una categoria, ma difendere il diritto dei cittadini a ricevere cure da professionisti che possano operare senza paura. Ci sono diverse strategie da mettere in campo, metodi proattivi come interventi organizzativi, tecnologici, formativi e culturali. Nello specifico: bodycam per gli operatori, sistemi di allarme rapido, mappatura preventiva del rischio, forte alleanza con le forze dell’ordine e con i cittadini. Infine, ma non per importanza, la formazione. Chi cura deve poter lavorare sapendo che la propria sicurezza è considerata una priorità tanto quanto quella del paziente”.



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