L’Unità chiude. La Festa continua

Enrico Berlinguer foto Luigi Ghirri

Le Feste dell’Unità sono uno dei casi più curiosi della politica italiana, soprattutto in Emilia. Nate nel dopoguerra per sostenere l’Unità, il quotidiano fondato da Antonio Gramsci nel 1924 e diventato la voce del Partito comunista italiano, finirono per trasformarsi in qualcosa di molto più grande. In stretto rapporto con la Fête de l’Humanité francese, furono uno dei format politici e popolari più originali del secolo scorso.

Tra gli anni Sessanta e Settanta la Festa dell’Unità rappresentò il grande appuntamento nazionale del Pci. A fine estate occupava per settimane le principali città italiane, mobilitava migliaia di volontari, portava nelle arene i protagonisti della politica, della cultura, del sindacato, dello spettacolo. Restava, prima di tutto, una grande festa popolare. Il mito della rezdora volontaria non appartiene alla leggenda. Era la normalità. Migliaia di donne sceglievano di dedicare una parte delle ferie alla cucina del partito. Accanto a loro lavoravano altre migliaia di uomini. Si montavano tendoni, si allestivano ristoranti, librerie, sale dibattiti, parcheggi. Per qualche settimana il Pci prendeva corpo.

Ricordo bene la Festa nazionale del 1983 al Campovolo. L’ultima di Enrico Berlinguer a Reggio. Le fotografie di Luigi Ghirri raccontano meglio di qualunque cronaca quella giornata. Una folla immensa, quasi una Woodstock comunista. Il compromesso storico era alle spalle, Bettino Craxi occupava il centro della scena politica, il Pci stava entrando nell’ultima stagione della propria storia. Nove mesi dopo Berlinguer si accasciò sul palco di Padova. Riletto oggi, quel pomeriggio di Reggio assomiglia al tramonto di un mondo.

Anche l’Unità avrebbe seguito lo stesso destino. Dopo la svolta della Bolognina accompagnò la nascita del Pds e poi dei Ds. Arrivarono Internet, la crisi della carta stampata, il crollo delle copie, i bilanci sempre più difficili. Dal 2000 il quotidiano ha vissuto una storia fatta di chiusure, riaperture, liquidazioni, nuovi editori e tentativi di rilancio. La direzione di Concita De Gregorio cercò di ridargli identità e centralità. Non bastò. Seguirono altre sospensioni, altri proprietari, altri rilanci. L’ultimo tentativo porta la firma di Piero Sansonetti. L’8 luglio è arrivato un nuovo annuncio di sospensione delle pubblicazioni. Più che una notizia, la conferma di una lunga agonia.

Il paradosso è che il giornale continua a morire, mentre la Festa continua a vivere.

Soprattutto in Emilia.

E soprattutto a Reggio.

Qui il format trova la sua ultima ridotta. Dai piccoli paesi al capoluogo, l’estate continua a punteggiarsi di Feste dell’Unità. Quest’anno torneranno sia la Festa nazionale del Partito democratico sia quella regionale. Nessun’altra provincia conserva una trama tanto fitta di volontari, cucine, tendoni e organizzazione. È il segno di una continuità politica e civile che appartiene alla storia di questo territorio.

Osservate oggi, però, le Feste dell’Unità ricordano sempre più le rievocazioni storiche che tanto piacciono agli emiliani. Il Corteo Matildico, per esempio. Si ricostruisce un tempo, si custodisce una memoria, si rinnova un’identità collettiva. Anche le Feste dell’Unità raccontano il mondo che le ha generate. È il loro valore. Ed è anche il loro limite.

Il punto, infatti, non riguarda le cucine, i volontari o i cappelletti. Riguarda la politica.

Un partito che continua a definirsi progressista dovrebbe interrogarsi sul linguaggio, sui luoghi e sugli strumenti con cui immagina il futuro. Il principale appuntamento pubblico del Pd emiliano resta invece un format concepito quando esistevano il giornale di partito, le sezioni, la militanza di massa, i grandi comizi. Quel mondo non esiste più. Non è stato sostituito da un altro. È questo il problema.

Reggio ha conservato il rito meglio di chiunque altro. È una prova di continuità, non di innovazione. Quando una classe dirigente fatica a produrre idee nuove, finisce per rifugiarsi nelle forme che conosce meglio. Le certezze identitarie prendono il posto della ricerca. La memoria rischia di trasformarsi nel progetto.

La domanda, allora, non riguarda la Festa dell’Unità. Riguarda il Pd. Quale idea di partecipazione offre oggi a un ragazzo di vent’anni? Quale linguaggio? Quale luogo? Quale visione della città, dell’impresa, della tecnologia, dell’intelligenza artificiale? Se il principale simbolo pubblico continua a essere quello nato nel secolo scorso, la riflessione non investe la Festa. Investe la capacità di una classe dirigente di immaginare il tempo che viene.

Il Corteo Matildico non pretende di indicare la strada del domani. Le Feste dell’Unità continuano a presentarsi come un appuntamento politico. Il futuro, nel frattempo, ha cambiato indirizzo.

nicolafangareggi.substack.com




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