Tiene ancora banco il caso della maxi-rissa scoppiata nella notte tra sabato 18 e domenica 19 aprile al parco del Popolo di Reggio Emilia tra due gruppi di giovani, che si sono affrontati con lame, coltelli e cocci di bottiglie rotte. Il bilancio dello scontro – cinque feriti, tutti tra i 19 e i 23 anni, uno dei quali è finito in ospedale in gravi condizioni – ha inevitabilmente riacceso le polemiche sul tema della sicurezza in città.
“Domenica Reggio ha avuto un risveglio amaro”, commentano il consigliere comunale civico Giovanni Tarquini e Matteo Marchesini dell’associazione Reggio Civica, secondo i quali “la sicurezza sta diventando sempre più un’emergenza (anche) politica. Il bilancio di sangue al parco del Popolo, all’alba di una domenica che doveva essere solo il post-festa di un festival riuscito (Vyni, ndr), non è un incidente di percorso. È il sintomo di una febbre che Reggio cova da tempo e che non si può più curare con il solito protocollo delle ‘richieste di rinforzi’ o della ‘convocazione straordinaria dei comitati'”.
Il sindaco Massari ha parlato di “rabbia e disappunto”, puntando il dito contro la carenza di organici delle forze dell’ordine e invocando punizioni esemplari. Ma per Tarquini e Marchesini “c’è un punto, in questa narrazione, che suona come una nota stonata: l’idea che la sicurezza sia solo una questione di ‘divise in strada’ e non di scelte politiche profonde. Certo, i numeri della polizia e dei carabinieri sono un tema reale, ma ridurli a unico capro espiatorio è un esercizio di distrazione. La sicurezza di una città non si misura solo dal numero di pattuglie, ma dalla capacità dell’amministrazione di governare i flussi, gestire le marginalità, presidiare socialmente il territorio, emanare ordinanze e farle rispettare”.
“Per decenni”, sottolineano Tarquini e Marchesini, Reggio “è stata il laboratorio di un modello di inclusione che oggi presenta il conto. Un modello che, seppur nobile negli intenti, sembra aver dimenticato un pilastro fondamentale: il controllo. L’accoglienza senza rigore e l’inclusione senza il rispetto ferreo della legalità hanno creato zone grigie, terre di nessuno dove il conflitto tra gruppi di giovani, spesso specchio di un disagio sociale mai realmente integrato, esplode con una violenza inaudita. Non basta condannare l’episodio ‘avvenuto a margine’ di un festival. Bisogna chiedersi perché certi luoghi centrali della città diventino, al calare del sole, arene per regolamenti di conti. È necessario un esame di coscienza su anni di politiche sociali che hanno preferito la ‘tolleranza’ alla gestione reale delle tensioni urbane”.
Per Reggio Civica “la sicurezza si fa con l’illuminazione, con la rivitalizzazione dei parchi, ma anche con la certezza che chi delinque non trovi una città permeabile o indifferente. L’inclusione non è un concetto astratto; deve camminare di pari passo con la responsabilità individuale. Se questo equilibrio si rompe, la città perde la sua anima sicura. Chiedere aiuto alla Prefettura è un atto dovuto, ma non risolutivo. La responsabilità per la giunta Massari non è solo quella di ottenere qualche agente in più dal Ministero, ma avere il coraggio di cambiare rotta. Serve un’amministrazione che non si limiti a subire gli eventi, ma che torni a essere protagonista della gestione del territorio, senza pregiudizi ideologici. Reggio non può più permettersi di svegliarsi con un ferito in prognosi riservata per ogni ‘serata bellissima’ trascorsa in piazza. Guardiamoci negli occhi: il problema non è solo chi manca in strada, ma chi ha governato quelle strade negli ultimi decenni”.






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