Il tribunale di Reggio Emilia ha condannato in primo grado un uomo di 54 anni e una donna di 51 anni, entrambi di nazionalità pakistana e residenti nella Bassa reggiana, a due anni e 15 giorni di reclusione per maltrattamenti e tentata induzione al matrimonio forzato della figlia, che oggi ha ventidue anni.
La coppia è stata giudicata responsabile di condotte vessatorie iniziate nel 2017 e proseguite fino al maggio del 2023. Secondo le indagini la figlia, colpevolizzata dai genitori per una relazione sentimentale non approvata, nel tempo è stata privata del cellulare, isolata all’interno della famiglia, costretta ad andare più volte in Pakistan contro la sua volontà, minacciata di non essere riaccolta in Italia se non avesse accettato il fidanzamento con un cugino residente in Pakistan – con il quale è stata poi costretta a sposarsi a distanza nel 2018, e in seguito obbligata a recarsi in Pakistan (sempre contro la sua volontà) per convivere con il marito.
Stando a quanto emerso, dopo aver scoperto la relazione sentimentale della figlia i genitori l’avrebbero sottoposta a violenze e segregazioni sistematiche. Tra gli episodi più gravi contestati alla coppia: schiaffi in faccia; il padre che la costringe a inginocchiarsi e la colpisce con dei pugni alla schiena, facendole sbattere la faccia contro il pavimento; la madre che la chiude a chiave in cantina, costringendola a trascorrere lì la notte.
Nel 2022 la ragazza è rimasta incinta: a dicembre, una volta scoperta la gravidanza della figlia, i genitori l’avrebbero colpita con pugni alla schiena e all’addome, costringendola poi ad abortire sotto la minaccia di essere riportata in Pakistan e di essere cacciata da casa qualora avesse deciso di portare a termine la gravidanza.
Oltre alle violenze fisiche e psicologiche, il padre e la madre avrebbero tentato ripetutamente di imporre alla figlia matrimoni combinati con uomini scelti da loro, togliendole il cellulare per isolarla dall’esterno. All’inizio del 2023, dopo averle prospettato la possibilità di tornare a casa solo se avesse accettato di sposarsi, i genitori l’hanno costretta a scegliere un potenziale marito tra i “candidati” che le venivano suggeriti, arrivando a fare al prescelto una proposta ufficiale di matrimonio – poi vanificata dal rifiuto del ragazzo.
Ad aprile dello stesso anno, il padre e la madre hanno comunicato alla figlia che avrebbe dovuto sposare un altro ragazzo, suo connazionale, e hanno organizzato un incontro tra i due, sempre contro la volontà della ragazza.
Una vicenda che riporta alla memoria i fantasmi di Novellara e la tragica sorte di Saman Abbas, ma questa volta l’epilogo fortunatamente è stato diverso.
Nonostante le enormi difficoltà iniziali e la paura di ritorsioni, infatti, a maggio del 2023 la vittima è riuscita a fare le prime confidenze ai carabinieri di Boretto, dalle quali sono scattati gli accertamenti che hanno portato prima all’attivazione del “Codice Rosso”, poi a un divieto di avvicinamento a carico dei genitori (le cui azioni sono state bollate dal giudice come espressione di una visione “maschilista e dispotica”, totalmente incompatibile con i diritti fondamentali garantiti dall’ordinamento italiano) e infine alla condanna di primo grado.
La sentenza, emessa il 3 giugno scorso, rappresenta il primo pronunciamento della giustizia dopo la complessa attività di indagine condotta dai carabinieri di Boretto con il supporto dei colleghi del Norm della compagnia di Guastalla, sotto il costante coordinamento della Procura di Reggio diretta dal procuratore Calogero Gaetano Paci.







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