La caduta di Cmr, Coopsette e Unieco non lasciò libero il campo. Alle loro spalle c’erano altre cooperative, più piccole ma radicate, con cantieri, stabilimenti, dipendenti e soci. Alcune provarono a raccogliere ciò che restava. Altre erano già entrate nella stessa spirale. La mappa del Mattone Rosso continuò a restringersi.
Il caso più istruttivo è quello di Cormo, la storica cooperativa dei serramenti di San Martino in Rio. Il tentativo di salvarla passò attraverso Open.Co, nata nel 2014 dalla fusione con Coop Legno di Castelvetro. L’operazione riunì 430 lavoratori: più di 300 provenivano da Cormo, gli altri dalla cooperativa modenese. Era una concentrazione industriale presentata come risposta alla crisi, con impianti, marchi, rete commerciale e un obiettivo dichiarato di rilancio.
Durò meno di un anno.

Nel luglio 2015 Open.Co presentò domanda di concordato preventivo. Presidente era Daniele Sitta. Due mesi dopo il ministero dello Sviluppo economico dispose la liquidazione coatta amministrativa. Il commissario fu Domenico Livio Trombone. Al momento del provvedimento poco più di 200 dipendenti lavoravano ancora, mentre una parte consistente dell’organico era già sostenuta dagli ammortizzatori sociali. Le perdite avevano superato i 25 milioni di euro e il patrimonio era stato azzerato. La fusione che avrebbe dovuto salvare due cooperative finì per concentrare le loro debolezze.
Si tentò di garantire almeno la continuità produttiva. Nacque Serramenti Core, società chiamata a coordinare sul piano commerciale e amministrativo Open.Co e la ferrarese Lavoranti Legno. Il progetto coinvolgeva tre stabilimenti e circa 500 addetti, ma prevedeva una riorganizzazione che avrebbe escluso il sito di San Martino in Rio, cuore storico di Cormo. Il tentativo non riuscì a ricostruire un’impresa unitaria. Marchi, attività, competenze e lavoratori presero strade diverse.
Tecton resistette più a lungo. Per alcuni anni apparve come l’ultimo presidio delle cooperative reggiane di costruzioni. Aveva partecipato a lavori importanti, aveva operato anche nei cantieri di Expo Milano ed era coinvolta, insieme a Coopsette, nella società di progetto del Mercato coperto di Reggio.

Nel 2019 presentò domanda di concordato, poi vi rinunciò aprendo la strada alla liquidazione coatta amministrativa. Il provvedimento ministeriale arrivò nell’ottobre dello stesso anno.
I conti indicavano circa 15 milioni di euro di attivo contro 19 milioni di debiti. La crisi coinvolse anche la controllata Villa Crivelli e lasciò aperto il nodo delle partecipazioni, delle garanzie e delle operazioni immobiliari ancora in corso. Alla presidenza di Tecton c’era Fulvio Salami. Con Tecton scomparve quello che la cronaca locale aveva definito l’ultimo baluardo delle storiche cooperative di costruzioni.
Orion aveva imboccato la strada della crisi prima ancora. Nel novembre 2012 il consiglio di amministrazione deliberò il ricorso al concordato preventivo in continuità aziendale. La procedura fu omologata nel febbraio 2014. La cooperativa di Reggiolo disponeva ancora di un ramo produttivo, cantieri e professionalità che il sistema tentò di non disperdere.
Nel febbraio 2015 Sicrea Group, guidata da Luca Bosi, acquisì il ramo produttivo di Orion.

L’operazione fu annunciata come il salvataggio di 193 posti di lavoro. I dipendenti e le attività confluirono in Siteco, società controllata da Sicrea. Fu preservata una parte importante del patrimonio produttivo e professionale della cooperativa, ma la continuità non sarebbe stata definitiva: alcuni anni dopo anche Sicrea e Siteco entrarono in crisi.
Restava anche il prestito sociale. I soci prestatori di Orion avevano affidato alla cooperativa circa 5,5 milioni di euro. Attraverso lo sportello promosso da Legacoop fu restituito il 20 per cento, poco più di 1,09 milioni. Quattro quinti del capitale restarono fuori dal primo intervento di ristoro. È un dato che anticipa il tema dell’ultima puntata di questa inchiesta: il confine tra patrimonio dell’impresa e risparmio delle famiglie.
Anche Sicrea, nata nel 2012 per raccogliere attività e lavoratori provenienti dalla crisi di Cmr e poi cresciuta con il ramo Orion, non riuscì a stabilizzare quel processo. L’archeologia del sistema mostra così una sequenza precisa: rami aziendali trasferiti, società create per garantire continuità, personale ridotto, nuove procedure. Non sempre il recupero dei pezzi riuscì a ricostruire un’impresa durevole.
In questa geografia La Betulla rappresenta un caso diverso. È una cooperativa di abitazione, non una grande impresa generale di costruzioni. Nata nel 1969, ha attraversato la lunga crisi senza entrare nelle procedure che hanno travolto gli altri protagonisti. Per anni ha dichiarato una base sociale di circa 13 mila soci. Oggi opera nello sviluppo immobiliare dalla sede di via Gandhi ed è presieduta da Fulvio Salami.
I suoi numeri misurano anche la distanza dall’epoca precedente. Nel 2024 il fatturato è stato di 3,55 milioni di euro, con una perdita di esercizio di circa 920 mila euro. L’organico è ridotto a sette dipendenti. La Betulla è ancora attiva, realizza interventi residenziali e conserva il rapporto mutualistico con i soci, ma non è l’erede dei giganti. È ciò che resta di un’altra componente della cooperazione edilizia: la casa per i soci, non la conquista dei mercati nazionali.
Open.Co durò pochi mesi. Tecton arrivò al 2019. Orion trasferì il ramo produttivo a Sicrea. La Betulla continua a operare su una scala circoscritta. Quattro vicende diverse, unite da un dato: nessuna ha raccolto l’eredità industriale lasciata da Coopsette e Unieco.
Non nacque un nuovo centro capace di concentrare capitale, lavoro, progettazione e commesse. I tentativi di aggregazione finirono nelle procedure. Le operazioni di salvataggio conservarono parti dell’attività, non il sistema. Marchi, tecnici, lavoratori, cantieri e immobili furono separati e trasferiti. Alcuni trovarono una nuova collocazione, altri scomparvero.
È questa l’archeologia del Mattone Rosso. Dopo i giganti non venne il tempo di cooperative più prudenti. Venne il tempo dei concordati, delle liquidazioni, delle cessioni di ramo, delle società create per salvare ciò che poteva ancora lavorare.
Resta da misurare il conto. Non soltanto quello pagato dai soci prestatori, dai dipendenti e dai fornitori. Anche quello sostenuto da Reggio Emilia: perdita di imprese, direzioni, competenze, fatturato, capacità di competere e peso nel sistema economico nazionale.
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“Mattone Rosso” è un’inchiesta sulla nascita, l’espansione e il crollo delle grandi cooperative edilizie reggiane.
[Inchiesta] Mattone Rosso – Coopsette, il crac di un gigante
[Inchiesta] Mattone Rosso – Unieco. Il caso che divide ancora






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