“Ruolo apicale rivestito” da Nicolino Sarcone nella cosca della ‘Ndrangheta di Cutro da parte di Grande Aracri, ma anche “la persistente operatività” del clan “di appartenenza di rapporti mantenuti, indirettamente, con i fratelli, tutti colpiti da misura di prevenzione”. Così aveva motivato la Cassazione confermando la misura del carcere duro per il 59enne di Cutro finito alla sbarra per essere stato il capo in Emilia (finito alla sbarra nel processo Aemilia di Reggio) del clan di ’ndrangheta capeggiato dal boss ergastolano, Nicolino Grande Aracri.
La Suprema Corte agli inizi del mese di settembre ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai difensori di Sarcone, gli avvocati Fabio Gravagnuolo e Tania Belardi, contro l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Roma che, lo scorso 1 febbraio, aveva prorogato il regime detentivo ristretto disciplinato dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario.






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