La fine del senso di colpa

senso di colpa donna nascosta dietro una tenda – US

Le generazioni dell’Occidente nate nel secondo dopoguerra hanno vissuto un paradosso storico rarissimo: mentre beneficiavano del più straordinario processo di ricostruzione, prosperità diffusa e avanzamento civile mai conosciuto fino ad allora, venivano educate culturalmente secondo il paradigma permanente della crisi. Non della crisi nel senso greco del termine – κρίσις come discernimento, scelta, trasformazione – ma della crisi come negazione sistematica, come sospetto elevato a metodo, come rifiuto del fondamento stesso della civiltà che aveva prodotto quel benessere.

Nel Sessantotto, gran parte della filosofia occidentale, ansiosa di emanciparsi da ogni idea di progresso e di ordine storico, celebrò il trionfo del “pensiero negativo”: l’anti come categoria assoluta. Anti-borghese, anti-occidentale, anti-identitario, anti-autoritario. Una contestazione che spesso si confuse con le mitologie rivoluzionarie di Marx tradotte nella pratica politica da Lenin e dai suoi epigoni, nonostante il Novecento avesse già mostrato con chiarezza il loro esito concreto: miseria economica, totalitarismo, repressione delle libertà individuali, annientamento del dissenso.

Quella matrice culturale non è rimasta confinata nelle università o nei salotti intellettuali. Ha attraversato decenni, penetrando nella scuola, nei media, nella politica, fino a produrre gli effetti che oggi osserviamo nello scontro fra culture e identità. L’ideologia woke – che pretende di riscrivere la storia attraverso un criterio moralistico e colpevolizzante – ha finito per alimentare, quasi inevitabilmente, una reazione opposta: il ritorno della domanda identitaria. Ogni civiltà umiliata reagisce. Ogni popolo accusato di essere la causa universale del male prima o poi smette di chiedere scusa e ricomincia a difendersi.

Non è un caso che il panorama politico europeo stia cambiando profondamente. Germania, Francia, Spagna, Olanda, Austria, e persino l’Italia – sia pure in una forma più temperata e istituzionale – registrano una crescita delle destre, spesso alimentata non tanto da nostalgie ideologiche quanto da una domanda di appartenenza, sicurezza culturale e continuità storica. Parallelamente sopravvivono enclave progressiste che sembrano incapaci di interrogarsi criticamente sui propri dogmi. L’Emilia-Romagna ne è un esempio emblematico: un territorio nel quale il progressismo amministrativo convive con forme di parossismo ideologico che rasentano talvolta il grottesco. Quando assessore musulmane, prive di qualunque profondità storica o culturale, proclamano di rappresentare “le radici dell’Italia”, il sorriso iniziale lascia rapidamente spazio a una domanda più seria: chi custodisce davvero la memoria di una civiltà?

La sinistra woke ha finito per indossare i paraocchi della propria autosufficienza morale, auto-investendosi del ruolo di avanguardia di una palingenesi planetaria. Condanna la storia senza conoscerla, riduce la complessità a slogan, pretende confessioni pubbliche di colpa da una civiltà che, pur con le sue ombre e le sue tragedie, ha prodotto i vertici della modernità umana: la democrazia rappresentativa, lo Stato di diritto, la libertà individuale, la ricerca scientifica, la medicina contemporanea, l’universalismo giuridico, l’umanesimo, l’arte, la letteratura, la filosofia critica.

L’Occidente non è stato perfetto. Nessuna civiltà lo è. Ma è stato il luogo storico nel quale l’uomo ha imparato più di ogni altro a limitare il potere, a riconoscere diritti, a valorizzare l’individuo, a trasformare il sapere in emancipazione concreta. È la civiltà che ha insegnato al mondo il concetto stesso di libertà politica.

Per questo difficilmente accetterà di inginocchiarsi davanti a nuove forme di invasione culturale o religiosa, né davanti a ideologie che ne chiedono la dissoluzione morale in nome di un eterno processo di autocondanna. Una civiltà può attraversare fasi di debolezza, perfino di smarrimento. Ma quando viene spinta a vergognarsi della propria esistenza, inevitabilmente reagisce.

 

nicolafangareggi.substack.com




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