Oltre un miliardo e mezzo di euro di debiti accumulati nei principali dissesti. Migliaia di lavoratori coinvolti tra licenziamenti, mobilità e ammortizzatori sociali. Decine di milioni di euro di prestito sociale perduti o recuperati solo in parte. Tre grandi general contractor – Cmr, Coopsette e Unieco – scomparsi nell’arco di pochi anni. Attorno a loro una costellazione di cooperative minori, da Orion a Open.Co fino a Tecton, travolte dalla stessa crisi o incapaci di raccoglierne l’eredità.
Sono i numeri di una delle più profonde trasformazioni economiche vissute da Reggio Emilia dal secondo dopoguerra.
Le procedure concorsuali hanno ricostruito i dissesti delle singole imprese. I tribunali hanno accertato responsabilità dove ne hanno ravvisate.

Resta però un’altra domanda, più ampia, che riguarda un intero territorio: chi ha sostenuto il costo del crollo del Mattone Rosso?
I primi a pagare furono i soci prestatori. Per decenni avevano affidato alle cooperative i risparmi di una vita. Non erano investitori professionali. Erano dipendenti, pensionati, famiglie che identificavano quelle imprese con un patrimonio collettivo costruito nel tempo. Quando arrivarono i concordati e le liquidazioni, migliaia di persone scoprirono che quel capitale non sarebbe più tornato, o sarebbe stato recuperato soltanto in minima parte. Dietro ogni procedura c’erano storie personali fatte di sacrifici, fiducia e delusione.
Pagarono i lavoratori. Migliaia di addetti attraversarono anni di cassa integrazione, mobilità e licenziamenti. Molti riuscirono a ricollocarsi nelle imprese private, altri cambiarono settore, altri lasciarono definitivamente il mondo delle costruzioni. Insieme ai posti di lavoro si disperse un patrimonio di competenze costruito in decenni di esperienza: direttori di cantiere, progettisti, tecnici, operai specializzati, personale amministrativo. Un capitale umano che aveva contribuito a fare delle cooperative reggiane un punto di riferimento nazionale.
Pagò anche l’indotto. Le grandi cooperative non erano mondi chiusi. Attorno ai loro cantieri lavoravano centinaia di imprese: artigiani, fornitori di materiali, trasportatori, studi di progettazione, consulenti, imprese impiantistiche e subappaltatori. Molti crediti rimasero insoluti. Alcune aziende riuscirono a reggere l’urto, altre dovettero ridimensionarsi, altre ancora uscirono dal mercato. La crisi si propagò ben oltre i bilanci delle cooperative.

Anche il sistema bancario fu costretto a fare i conti con esposizioni rilevanti. Per anni le grandi cooperative avevano rappresentato interlocutori considerati affidabili, protagonisti di opere pubbliche e private in tutta Italia. Il loro ridimensionamento modificò profondamente il rapporto tra credito ed edilizia, imponendo criteri più severi nella valutazione del rischio e riducendo la disponibilità di finanziamenti verso un settore che era stato uno dei pilastri dell’economia locale.
Il prezzo fu pagato anche dalla cooperazione. Per decenni le grandi imprese di costruzione avevano rappresentato molto più di un modello imprenditoriale. Erano una scuola di formazione manageriale, tecnica e organizzativa. Da Reggio Emilia partivano dirigenti, ingegneri e professionisti chiamati a dirigere cantieri complessi, costruire ospedali, infrastrutture, linee ferroviarie, edilizia residenziale e grandi opere in tutta Italia. Quel patrimonio professionale non è scomparso. Si è distribuito in altre aziende, in altri territori, in altri percorsi lavorativi. È venuto meno il sistema che lo aveva generato.
Nemmeno le cooperative nate o riorganizzate durante la crisi riuscirono a ricostruire quel modello. Open.Co, nata dalla fusione tra Cormo e Coop Legno, durò pochi mesi prima della liquidazione. Orion trasferì parte delle proprie attività a Sicrea, che a sua volta avrebbe conosciuto anni difficili. Tecton, considerata l’ultimo presidio della cooperazione reggiana delle costruzioni, concluse il proprio percorso nel 2019. La Betulla è rimasta attiva, ma opera in un ambito completamente diverso e con dimensioni che non possono essere paragonate a quelle dei grandi gruppi del passato.
Il sistema, semplicemente, non si è ricomposto.
C’è infine il conto pagato dalla città.

Per oltre mezzo secolo Reggio Emilia è stata uno dei principali centri italiani della cooperazione di costruzioni. Qui avevano sede imprese capaci di competere sui mercati nazionali e internazionali, di vincere grandi appalti, di sviluppare innovazione tecnica e organizzativa, di formare una classe dirigente riconosciuta ben oltre i confini provinciali. Quelle sedi ospitavano non soltanto uffici amministrativi, ma luoghi nei quali si decidevano investimenti, strategie industriali, acquisizioni e grandi commesse.
Con la scomparsa di Cmr, Coopsette e Unieco la città ha perso una parte significativa del proprio peso economico. Ha perso centri decisionali, capacità di attrarre investimenti, relazioni costruite in decenni di attività, una parte della propria influenza nel sistema nazionale delle costruzioni. Molte competenze sono rimaste sul territorio, ma disperse in realtà diverse. Nessuna impresa ha raccolto l’eredità industriale dei grandi gruppi cooperativi.

Un presidio dei soci della della Cmr – Cooperativa muratori Reggiolo
Sarebbe riduttivo leggere questa vicenda come la semplice somma di alcuni fallimenti. Il Mattone Rosso è stato uno dei protagonisti dello sviluppo reggiano del secondo Novecento. La sua crisi ha coinciso con la fine di un modello che aveva contribuito alla crescita economica, sociale e urbanistica della provincia. Come tutti i modelli storici, ha conosciuto una fase di espansione, una di maturità e infine un declino che si è rivelato più rapido e profondo di quanto quasi tutti avessero immaginato.
Questa inchiesta non cercava colpevoli da mettere sul banco degli imputati né nostalgie da coltivare. Cercava di ricostruire, attraverso documenti, numeri e protagonisti, una delle più profonde trasformazioni dell’economia reggiana degli ultimi decenni.
I nomi incontrati in queste sei puntate raccontano il prezzo di quella stagione. I soci che hanno visto dissolversi i risparmi di una vita. I lavoratori rimasti senza un cantiere. Le imprese dell’indotto che non hanno incassato i propri crediti. Le banche costrette a registrare perdite. La cooperazione, che ha perduto una parte della propria forza industriale. Reggio Emilia, che ha visto spegnersi uno dei motori della sua economia.
Le responsabilità individuali appartengono ai tribunali e alla storia delle singole imprese. Il bilancio di quella stagione appartiene invece alla memoria collettiva di una comunità.
È questo il conto finale del Mattone Rosso.
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“Mattone Rosso” è un’inchiesta sulla nascita, l’espansione e il crollo delle grandi cooperative edilizie reggiane.
[Inchiesta] Mattone Rosso – Coopsette, il crac di un gigante
[Inchiesta] Mattone Rosso – Unieco. Il caso che divide ancora






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