Il mio regno non è in questo mondo

Don Giuseppe Dossetti

Il vangelo di Marco ci consegna una parola densissima di Gesù, che ci riporta il suo messaggio così come è uscito dalla sua bocca: “Il tempo è compiuto e il regno di Dio si è avvicinato a voi: convertitevi e credete nel vangelo” (Mc 1,14).

Ma che cos’è questo “Regno di Dio”? Esso è nello stesso tempo il “Vangelo”, cioè la Buona Novella che Gesù è venuto ad annunziare; ed è anche il “compimento del tempo”, cioè l’ultimo, definitivo intervento di Dio nella storia del mondo. I contemporanei di Gesù, ma anche noi, intendiamo spesso questo Regno come una riforma, un riordino del mondo secondo giustizia, un diverso uso del potere, il riconoscimento dell’uguale dignità di ogni uomo. La storia è piena di tentativi generosi, ma anche di compromessi e di fallimenti. Oggi, in particolare, in un mondo segnato da tante ingiustizie, da problemi enormi, da violenze, di fronte a una Chiesa che perde numeri e influenza, che faticosamente cerca un nuovo modo di essere accanto all’uomo, anche i discepoli di Gesù sono tentati di porgli la domanda di Pilato: “Tu sei re?”. Gesù risponde come allora: “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36), cioè non viene incontro alle aspettative degli uomini né obbedisce alle regole dei regni terreni.

La conclusione del dibattito fu allora il cartello inchiodato alla croce, “Questi è il re dei Giudei”. Esso esprime il disprezzo e la sfida dei regni del mondo verso questa incomprensibile rivendicazione, ma rappresenta una sfida anche per la Chiesa, che continua a pregare ogni giorno: “Venga il tuo regno”.

E’ facile, allora, trasformare il “Vangelo” di Gesù in un messaggio di riforma morale, nella affermazione di valori nobili, difficili da mettere in pratica ma che comunque rimangono un riferimento per la coscienza dell’uomo, come lo sono le parole di altri saggi. La “conversione”, predicata da Gesù, consisterebbe allora proprio in questa riforma del modo di pensare e di comportarsi.

Tutto questo ha avuto espressioni nobili, ma oggi sentiamo che non basta. Gesù, in effetti, afferma e chiede molto di più.

Il “compimento del tempo” è in realtà la definitiva decisione di Dio in favore dell’uomo, è l’offerta ultima di un rapporto di comunione irrevocabile. In questo senso, l’apparente fallimento della croce, l’angoscioso grido, “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”, che è anche il grido di un’umanità violata e sofferente, – ebbene, quella croce diviene il modo della definitiva presenza di Dio nella vita e nella morte di ogni uomo, perché, alla domanda di tanti crocifissi, “Dio, dove sei?”, viene risposto: “Io sono qui, accanto a te, perché tu sia con me, per sempre”.

Questo è il “Vangelo”, l’annunzio buono di Gesù, che egli mette in bocca alla sua Chiesa. Giovanni l’evangelista lo ha tradotto, come sappiamo, così: “Il Verbo si è fatto carne e abitò tra noi” (Gv 1,14). La povera carne dell’uomo, la carne violata e ferita, ma anche la carne del peccato, il peso dell’ingiustizia, la solitudine della morte, tutto questo diviene il luogo della presenza di Dio. Egli si china sulla sua creatura, come il Samaritano sull’uomo ferito, gettato ai margini della strada e, come dice la liturgia, “versa sulle sue ferite l’olio della consolazione e il vino della speranza”.

“Convertirsi”, allora, indica un movimento, un orientamento del cuore e delle azioni, la risposta con la nostra decisione alla decisione di Dio. Il Regno di Dio è arrivato, è davanti a noi. Ma non si impone, non costringe: chiede piuttosto che noi lo afferriamo, con la decisione della nostra vita: “Il Regno di Dio subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12). Si tratta della santa violenza di chi è disposto a mettere in gioco tutto, come fanno i pescatori, che, subito dopo questo annunzio di Gesù, lasciano le reti e accolgono il suo invito a seguirlo. Niente di meno viene richiesto, per essere gli “amici di Dio”, come Abramo, che “partì senza sapere dove andava” (Ebr 11,8); ma non viene richiesto neanche qualcosa di più, perché “Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze” (1Cor 10,13).

 




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