La riflessione di Leone XIV nella Magnifica Humanitas sulla natura umana come fondamento etico nell’era dell’intelligenza artificiale è preziosa. E necessaria. Ma una cosa è interrogarsi sui limiti morali della tecnologia. Un’altra è guardare al futuro come a una minaccia permanente.
In Europa, più che altrove, sembra diffondersi un riflesso condizionato: ogni accelerazione tecnologica viene accolta con sospetto. L’intelligenza artificiale fa paura oggi come fecero paura i motori, l’elettricità, il treno, il telefono, Internet. Cambiano gli strumenti. Non cambia la reazione.
Il punto è che il futuro spaventa soprattutto chi non ha ancora fatto i conti con l’unica verità laica davvero universale: la nostra permanenza nel mondo è temporanea. Temiamo di perdere le sicurezze che conosciamo. Scambiamo l’abitudine per saggezza.
Naturalmente esistono problemi reali. È buon senso tenere gli smartphone lontani dai bambini. È ragionevole prevenire dipendenze da social e videogiochi. Ma questa è educazione. È adattamento. Non è una condanna della tecnologia.
Oggi, invece, si ascoltano spesso profezie apocalittiche. Come se il nuovo dovesse necessariamente portare sciagure, disastri o alienazione. Come se ogni innovazione fosse una sottrazione anziché una possibilità.
Tuttavia la storia racconta altro.
Alla fine della seconda guerra mondiale sei milioni di italiani non sapevano né leggere né scrivere. Molte donne non lavoravano fuori casa. I ragazzi lasciavano presto la scuola per andare nei campi. L’università era privilegio di pochi. Nessuno, allora, avrebbe potuto immaginare il mondo aperto dalla rivoluzione digitale.
Internet ha cambiato la medicina, la ricerca, l’industria, la finanza, i viaggi. Ha democratizzato l’accesso alla conoscenza in misura impensabile per qualsiasi epoca precedente. Ha consentito a miliardi di persone di studiare, lavorare e comunicare oltre ogni confine.
Si vedono i rischi. Molto meno le opportunità.
Forse perché tendiamo a sopravvalutare la nostra capacità di progettare il mondo che verrà. Ci preoccupiamo per problemi che, con ogni probabilità, saranno affrontati da generazioni che avranno strumenti, conoscenze e sensibilità diverse dalle nostre. Non siamo noi i destinatari del futuro.
Eraclito ricordava che “non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume”. Il mondo cambia continuamente. E noi con lui. Opporsi a questo principio elementare non è conservatorismo. È un’illusione.
Chi resta aggrappato a un passato che non può tornare spesso non difende una civiltà. Difende la propria giovinezza. Ma la nostalgia non è una politica pubblica e nemmeno una filosofia della storia.
La vita va avanti. Sempre.
Il compito non è fermare il futuro. È entrarci con intelligenza, spirito critico e fiducia. Perché ogni generazione eredita problemi dai propri padri. Ma eredita anche possibilità che i padri non erano stati capaci nemmeno di immaginare.







Non ci sono commenti
Partecipa anche tu