di Mauro Del Bue
Una risata vi seppellirà, si urlava in Italia nel ‘68 e soprattutto nel ‘77. L’ironia e la presa in giro, ritenute motivo sufficiente di morte con la strage di Charly Ebdo consumata a Parigi dall’Isis, perché non si può offendere il profeta, ha avuto una replica ancora più allucinante l’altro giorno in Afghanistan, perché i talebani non possono, paragonandosi evidentemente a novelli profeti, essere oggetto di scherno. Nazar Muhammed, nome d’arte Kasha Zwan, era un comico tagliente e in mezzo alla bufera della guerra, coi rischi che sapeva di correre, non aveva mai smesso di prendere in giro i talebani con canti e balli. A modo suo questa era la sua resistenza. Che solo i fanatici, invasati da una religione, non tollerano e anzi sono indotti a sopraffare. Perfino Mussolini rideva di Petrolini che rideva di lui. E i re e i principi della tradizione medioevale assoldavano addirittura i buffoni di corte che si prendevano gioco di loro.
I talebani, ma a quanto pare l’ironia non si sposa spesso con la religione musulmana se anche un comico italiano della troupe di Arbore fu minacciato perché imitava un arabo, sono drammaticamente seri, anzi tristi, anzi crudelmente spietati. Per loro non esiste differenza tra un dissenso e uno scherzo. Così il video diffuso ieri con Zwan che viene prelevato a casa sua e caricato di peso su un’auto da due talebani, assume il valore di un Nobel della tragedia. La scena é da storia del cinema realista. Anzi l’attore principale ed eroico é quello destinato a morire davvero contrariamente ad Anna Magnani nel film di Rossellini. Il comico non smette di fare battute e di ridere in faccia ai suoi assassini. Non smette di essere se stesso. Sa che lo uccideranno e vuole recitare la sua parte fino in fondo. La dedica a noi, per ricordare che non c’é niente di più crudele che uccidere un uomo che ride e che non c’è nulla di più splendidamente vivo che ridere in faccia alla morte. Uno dei due lo schiaffeggia e l’altro, che sembrava più accondiscendente, improvvisamente cambia l’arma che portava con sé.
Il video si interrompe e Zwan viene trovato con la gola tagliata. Mentre in Afghanistan assistiamo ai criminali profitti di certo Erik Prince che coi suoi aerei offre di salvare vite a 6.500 dollari cadauno (ma cosa si aspetta ad arrestare un delinquente di tal fatta?), mentre nel muro, non più di Berlino, ma dell’aeroporto di Kabul in cui si divide non la libertà dalla dittatura, ma la vita dalla morte, anche un console italiano si arrampica per salvare bambini, mentre al G7 si tocca con mano l’impotenza dell’Europa e la tragica debolezza del nuovo presidente americano, su tutto prevale il gesto di sfida di Zwan, la sua risata che come un proiettile sfonda l’ira talebana e sacrifica la sua vita in nome della religione della libera ironia. Si fermino tutti i teatri del mondo. Si fermino i cinema e per un minuto anche tutte le televisioni ricordino questo anonimo martire della commedia umana finita in tragedia. Un eroe da commedia capace di sopravvivere alla tragedia. Così diverrà ancora più cupo e retrogrado il regime talebano che Zwan ci chiede di combattere, sfidandolo lui vis à vis con la sfacciataggine di un comico che non retrocede di fronte al suo martirio e noi con tutte le armi di cui disponiamo.







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