Il fallimento di tutti

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Alla fine non resta nulla. Nessun grande concerto, nessun festival internazionale, nessuna estate musicale da record. Restano soltanto decine di migliaia di biglietti da rimborsare, prenotazioni da cancellare, alberghi che si ritrovano camere vuote e una città che esce da questa vicenda con una credibilità gravemente compromessa. Reggio Emilia ha appena consumato uno dei più clamorosi fallimenti organizzativi della sua storia recente.

Per mesi è stato raccontato un sogno. L’Hellwatt Festival con Ye e Travis Scott è stato presentato come un evento di portata mondiale. Si sono aperte le vendite, si sono diffusi comunicati, si sono alimentate aspettative. Migliaia di persone hanno comprato biglietti. Molte altre hanno prenotato viaggi, hotel, bed and breakfast. L’indotto si è messo in moto. La città si preparava ad accogliere un’invasione di pubblico.

Poi, all’improvviso, il castello di carte è crollato. La Prefettura ha fermato gli eventi principali per ragioni di ordine pubblico. Pochi giorni dopo sono saltati anche i concerti superstiti. Fine della storia.

Anzi, no. Perché la vera storia comincia adesso.

Comincia con una domanda alla quale qualcuno dovrà rispondere: possibile che nessuno si sia accorto prima dei problemi che oggi vengono indicati come insormontabili? Possibile che per mesi tutto sia apparso fattibile, vendibile, perfino inevitabile, e che soltanto a ridosso degli spettacoli siano emerse criticità tali da cancellare l’intera operazione?

Qualcuno non ha fatto il proprio lavoro.

Perché esistono soltanto due ipotesi. La prima: i problemi erano noti e si è scelto ugualmente di andare avanti. La seconda: i problemi non erano stati compresi. Entrambe le spiegazioni sono devastanti.

In questa vicenda non esistono innocenze istituzionali. Non possono esserlo gli organizzatori, che hanno costruito e promosso un evento rivelatosi privo delle necessarie garanzie. Non possono esserlo le istituzioni, che arrivano a bloccare tutto quando ormai migliaia di persone hanno già speso soldi e programmato trasferte. Non può esserlo chi, fino a ieri, celebrava il successo dell’operazione e oggi si limita ad alzare le spalle.

Le vere vittime sono altre.

Sono i ragazzi che avevano organizzato il viaggio della vita. Sono le famiglie che avevano prenotato mesi prima. Sono gli operatori turistici, gli albergatori, i ristoratori, i commercianti che avevano investito contando sull’arrivo di decine di migliaia di persone. Sono i cittadini di Reggio, che vedono la propria città trasformata in un caso nazionale per le ragioni sbagliate.

La cosa più grave, infatti, non è nemmeno il danno economico. I soldi, almeno in parte, si recuperano. La reputazione molto meno. Da oggi, ogni organizzatore internazionale che guarderà a Reggio Emilia si porrà una domanda semplice: qui gli eventi si fanno davvero o si cancellano all’ultimo momento?

È questa l’eredità lasciata da una gestione che definire confusa sarebbe un eufemismo. Quando si annunciano eventi di questa portata non si può improvvisare. Non si può vivere di comunicati entusiastici e poi rifugiarsi dietro le procedure quando tutto salta. Non si possono mobilitare decine di migliaia di persone e poi spiegare che, semplicemente, non si può fare.

Qualcuno dovrà assumersi la responsabilità politica, amministrativa e organizzativa di questo disastro. Perché una cosa è certa: non è stato il destino a cancellare l’estate dei concerti di Reggio Emilia. Sono state decisioni umane. E gli errori umani hanno sempre un nome e un cognome.




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