Pina Picierno annuncia l’addio al Pd. Lo spiega, lo argomenta, lo motiva. Non da ieri. Non con un post scritto di fretta. Eppure dal partito, ufficialmente, silenzio tombale. Nessuna replica politica, nessuna discussione nel merito, nessun tentativo di capire perché una vicepresidente del Parlamento europeo decida di andarsene.
In compenso, sui social, è festa grande. Una grandinata di insulti. L’accusa principale? Essere riformista.
Una volta era una qualifica. Oggi sembra una fedina penale.
Riformista: cioè convinto che la società si migliori pezzo per pezzo invece che con la presa del Palazzo d’Inverno; che la democrazia rappresentativa abbia qualche pregio; che il mercato non sia necessariamente il Male Assoluto; che la politica serva a cambiare la realtà e non a raccontare la rivoluzione imminente dal divano.
Il Pd nacque esattamente su questo terreno. Doveva essere la casa delle grandi culture riformiste del Novecento: quella cattolico-democratica, quella socialista democratica, quella liberal-progressista. Era scritto nell’atto di nascita, non in una nota a piè di pagina.
Provate però a ricordarlo oggi. Rischiate di essere guardati come un archeologo che sostiene l’esistenza degli etruschi.
Nel lessico di una parte della sinistra contemporanea, “riformista” è diventato un insulto. Una categoria morale negativa. Una specie di deviazionista. Non abbastanza radicale, non abbastanza antagonista, non abbastanza indignato. Troppo occidentale, troppo atlantista, troppo pragmatico. In una parola: troppo adulto.
Così ogni addio viene accolto con la gioia liberatoria di chi si sente finalmente più puro.
E qui emerge un problema prima aritmetico che politico.
Se ogni settimana qualcuno viene accompagnato alla porta perché insufficientemente ortodosso, alla fine il conto arriva. Perché la purezza ha una caratteristica curiosa: cresce spesso in proporzione inversa ai consensi. Meno voti, più soddisfazione identitaria.
La storia, peraltro, qualche indizio lo offre. Anche il socialismo rivoluzionario del Novecento era convinto che la purezza fosse tutto. Poi sono arrivati Stalin, Fidel Castro, Pol Pot e altre declinazioni del paradiso terrestre trasformato in incubo reale. Non esattamente un curriculum rassicurante.
Naturalmente nessuno nel Pd sogna i gulag. Ci mancherebbe. Ma l’idea che la politica consista soprattutto nell’espellere gli eretici anziché convincere gli elettori è una tentazione antica. E raramente fortunata.
Picierno se ne va. E nel Pd qualcuno brinda. È un metodo di selezione interessante: meno elettori, meno dirigenti, meno amministratori, meno pluralismo, più purezza. Alla fine resteranno in pochi, ma terribilmente d’accordo tra loro.







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