“Non si può aspettare il primo malore, il primo accesso al pronto soccorso, il primo infortunio grave per ricordarsi che il caldo è un rischio vero nei luoghi di lavoro: Regione, istituzioni locali e associazioni datoriali devono intervenire subito”.
L’appello arriva da Davide Mariotti, segretario della Cgil di Reggio Emilia, Domenico Chiatto, segretario generale aggiunto di Cisl Emilia Centrale, e Alex Scardina, coordinatore della Uil reggiana, assieme alle categorie dei lavoratori edili rappresentate da Andrea Costi (segretario Fillea Cgil), Davide Martino (segretario generale Filca Cisl Emilia Centrale) e Giulio Nota (coordinatore Feneal Uil).
Il caldo, mettono in chiaro subito i sindacati confederali e di categoria, “non è un disagio stagionale da sopportare in silenzio. È un fattore di rischio che va valutato, prevenuto e gestito come tutti gli altri rischi per salute e sicurezza”. Già a partire da inizio giugno, possibilmente.
Le alte temperature, infatti, possono provocare disidratazione, colpi di calore, svenimenti, aggravamento di patologie cardiovascolari e respiratorie, aumento di errori e incidenti. Il rischio riguarda in particolare alcuni settori: edilizia e lavori stradali, agricoltura e florovivaismo, logistica, magazzini e grande distribuzione, industria metalmeccanica e fonderie; ma si insinua anche in capannoni, cucine industriali, pulizie, assistenza domiciliare e servizi alla persona, dove spesso si lavora in ambienti non raffrescati, su mezzi non climatizzati o con dispositivi di protezione individuale (Dpi) che appesantiscono il lavoro.
“Chi lavora sotto il sole, dentro un magazzino rovente, in una cucina, in una fonderia o con Dpi inadatti al caldo non può essere lasciato solo. La salute non è una variabile di aggiustamento della produttività”, secondo Cgil, Cisl e Uil.
I sindacati chiedono a Confindustria, Cna, Confartigianato, Confcommercio, Coldiretti, Confagricoltura e a tutte le organizzazioni di categoria di sollecitare le imprese associate ad assumere impegni concreti: rimodulazione degli orari (con stop alle attività all’aperto tra le 12.30 e le 16 nelle giornate con allerta caldo 2 e 3), acqua fresca e gratuita, aree di riposo ombreggiate o climatizzate, aggiornamento del Dvr (Documento di valutazione dei rischi) sullo stress termico, formazione sui sintomi del colpo di calore e sul primo soccorso, indumenti traspiranti e dispositivi di protezione individuale adeguati, sorveglianza sanitaria rafforzata per alcune categorie (over 55, donne in gravidanza, lavoratori e lavoratrici con patologie croniche).
“Non servono dichiarazioni generiche, ma procedure scritte, responsabilità chiare, controlli veri e accordi applicabili azienda per azienda”. Insomma, “un’intesa sul protocollo provinciale sui picchi di calore”.
Cgil, Cisl e Uil chiedono inoltre alla Regione Emilia-Romagna di emanare con urgenza anche per il 2026 un’ordinanza contro il rischio da calore, prevedendo obblighi chiari per i lavori all’aperto e la sospensione delle attività lavorative dalle 12.30 alle 16 nei giorni più caldi.
Il decreto legislativo 81 del 2008, ricordano i sindacati, “impone ai datori di lavoro di valutare tutti i rischi, compresi quelli climatici. Davanti a rischi conosciuti e prevedibili, non intervenire significa assumersi una responsabilità pesantissima”.
Le organizzazioni sindacali reggiane si sono dette disponibili ad aprire un confronto con associazioni datoriali, Provincia di Reggio Emilia, Comuni del territorio, Ausl e Ispettorato del lavoro, anche attraverso il tavolo territoriale dedicato a salute e sicurezza: “Vogliamo evitare che ogni estate si riparta da zero. Il cambiamento climatico è già entrato nei luoghi di lavoro: la risposta deve entrare nei contratti e nell’organizzazione del lavoro”.







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