Il 25 aprile non è più una festa: è diventato un riflesso condizionato. Una giornata che dovrebbe unire e invece divide, che dovrebbe ricordare la libertà e finisce per esibire l’intolleranza. Non è una deriva occasionale, è un sintomo. E dice qualcosa di preciso: abbiamo smarrito il senso delle parole che pronunciamo. A oltre ottant’anni dalla Festa della Liberazione, l’Italia continua a inciampare nelle proprie contraddizioni. Si celebra l’antifascismo, ma lo si pratica troppo spesso con metodi che ne rovesciano il significato. Non è un’accusa, è un dato di realtà.
A Bologna, un uomo di ottant’anni viene cacciato da un corteo per una bandiera ucraina. A Firenze, una giovane artista iraniana – cantante dei Bowland – viene aggredita per aver sostenuto la resistenza del suo popolo contro la teocrazia degli ayatollah. A Roma, qualcuno spara pallini contro una coppia di simpatizzanti dell’Anpi. Tre episodi diversi, un’unica atmosfera: tutti contro tutti.
Qui la politica c’entra fino a un certo punto. Il nodo è più radicale: riguarda l’idea stessa di convivenza. Se ogni differenza diventa un pretesto per espellere, colpire, zittire, allora il problema è a monte. È culturale, è etico, è umano.
La pace non nasce nelle dichiarazioni pubbliche. Nasce dentro le persone, o non nasce affatto. E l’avversione sistematica – elevata a identità, a linguaggio, a postura – non costruisce nulla: consuma, logora, sterilizza.
Un paese che litiga in questo modo non prepara il futuro, lo rinvia. Non educa, disabitua. Non trasmette valori, trasmette diffidenza. La consapevolezza non è un lusso per tempi migliori: è il punto di partenza. Senza, ogni 25 aprile rischia di essere soltanto una data svuotata, buona per ripetere riti che non capiamo più.







Non ci sono commenti
Partecipa anche tu