L’ex consigliere comunale di Forza Italia a Reggio Emilia Giuseppe Pagliani, condannato a quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa, "costituiva un tassello essenziale per l’esecuzione del programma criminale del sodalizio operante in Emilia cui forniva effettivamente e concretamente una cooperazione ben precisa, efficace e consapevole".

Lo scrivono i giudici della Corte di appello di Bologna, nella parte della sentenza in cui motivano la decisione di riformare l’assoluzione in primo grado del politico. Secondo i giudici, Pagliani "non solo conosceva parte significativa dei sodali, la caratura e caratteristica criminale dei medesimi e l’ideazione da parte degli stessi di un progetto di attacco politico-mediatico alle massime autorità locali", ma "aveva dato il proprio assenso al programma" che prevedeva "di ribellarsi" contro le interdittive emanate nei loro confronti dal prefetto, "contribuendo efficacemente per la propria parte a sdoganare pubblicamente la tesi del gruppo".
Una holding criminale, una multinazionale del delitto. Così i giudici della Corte di Appello di Bologna definiscono l’associazione ‘ndranghetistica al centro del processo ‘Aemilia’ nelle 1.400 pagine della sentenza in abbreviato, che aveva confermato in gran parte la decisione di primo grado per 60 imputati, con condanne fino a 15 anni.

"Il progressivo innalzamento di livello dell’associazione – si legge – si rendeva ancora più evidente con il sempre più ampio e professionale inserimento dei sodali nel mondo degli affari sino a condurre alla formazione di una vera e propria holding criminale di rilievo internazionale". In cui "lo spietato e brutale sistema di approccio degli anni ’90" cede il posto ad uno "più sottile", con metodi ‘mascherati’ sotto l’apparenza di un’attività imprenditoriale attiva in vari settori e "a tutto campo" nel mondo dell’edilizia, dei trasporti, dei rifiuti e movimento terra, dei quali il sodalizio calabro-emiliano assumeva in breve tempo il sostanziale monopolio".






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