Ad osservare i furibondi attacchi che da qualche settimana le stanno riservando le testate populiste, e in particolare il Fatto Quotidiano, si direbbe che la lista +Europa guidata da Emma Bonino abbia costituito l’unica vera sorpresa di questa campagna elettorale.

Uscita presto dalla dicitura "altri partiti", quelli che nei sondaggi ottengono consensi di tale scarso rilievo da non guadagnare nemmeno la menzione, in poche settimane e senza mezzi mediatici è arrivata a un passo, se non oltre dalla soglia fatidica del tre per cento, ossia il livello minimo per poter entrare autonomamente in Parlamento.
La storica esponente radicale gode poi di altissimi livelli di consenso nelle graduatorie che misurano l’apprezzamento dei leader. Molti anni fa, ormai, il suo nome circolò per la presidenza della Repubblica: troppo presto, evidentemente, per l’Italia maschilista di allora.
Oggi gli avversari rimproverano alla Bonino di tutto: sei di destra, sei femminista, hai praticato negli anni Settanta gli aborti come disobbedienza civile, ti sei battuta per la legalizzazione della cannabis, sei amica di un finanziere/filantropo assai discusso quale George Soros.
Eppure questo scricciolo di ragazza settantenne, che porta in giro la propria malattia senza alcun imbarazzo e anzi donando speranza a molte persone malate, possiede un curriculum che a tanti italiani arriva intatto. La carica ideale, la rigorosa etica nei comportamenti individuali, l’instancabile opera a favore dei diritti umani in Europa, in Africa, in Afghanistan, l’incrollabile fiducia verso la Terra Promessa degli Stati Uniti d’Europa.
Qualche giorno fa Le Monde le ha dedicato una pagina: "Se l’Europa avesse un volto – ha titolato l’autorevole quotidiano parigino – sarebbe il volto di Emma Bonino". Un’italiana stimata all’estero che ai connazionali non ha mai smesso di chiedere: "Amatemi un po’ meno, ma votatemi di più".






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