Trinità

don Giuseppe Dossetti in Comune – CoRE

Perché complicarsi la vita? potrebbe chiedere qualcuno. E’ già difficile credere che esista un Dio, ma fin dalle sue origini la Chiesa ha affermato che egli è uno in tre persone, uguali e distinte, Padre, Figlio e Spirito Santo. Sembra più ragionevole, allora, la dottrina del Corano, che parla di un Dio unico, creatore e giudice, misericordioso, anche se irraggiungibile dall’uomo. Potrebbe andar bene anche la dottrina di Ario, il presbitero di Alessandria d’Egitto, condannato dal concilio di Nicea del 325: egli immaginava l’universo come una grande scala, il cui gradino più alto è appunto Dio, mentre il Figlio, lo Spirito santo, gli angeli e gli uomini occupano i gradini via via più bassi, fino all’ultimo, la materia indistinta, magari eterna, come eterni sono gli altri esseri di questo universo gerarchico.

Eppure, fin dalle origini, la Chiesa insiste nell’affermare la Trinità. Perché? A quale esigenza dell’uomo vuole venire incontro? Se siamo credenti, perché questo Dio, il Dio di Abramo, vuole proporsi come uno e trino?

Userò un paragone, che troviamo nell’antica letteratura cristiana. Immaginiamo il sole: la sua sfera incandescente emette i raggi, che, portano luce, calore, vita agli alberi e alle piante. Di tutte e tre le entità, sole, raggi, calore. Si può dire che sono sole: sono distinti, ma operano insieme un’unica operazione, che è quella di trasmetterla propria natura alle creature. Il sole, non solo rimane unico: esso è al di là delle possibilità umane, ma nello stesso tempo è presente nelle creature che illumina e riscalda. L’applicazione al nostro tema è facile. Tutte e tre le Persone condividono la stessa “sostanza”, cioè la divinità; e operano insieme un’unica operazione.

Il punto è proprio questo: la Trinità non è il capriccio di qualche raffinato intellettuale, tanto è vero, che essa è proclamata nell’atto più semplice, più diffuso e più identitario della religione cristiana: il segno della croce. Il Dio di Abramo e di Gesù non può rivelarsi se non in questo modo, perché il suo scopo è la comunione tra il Creatore e la sua creatura. Fin dalle origini, questa è l’essenza del messaggio, anche se verrà declinata e arricchita. Quando Dio crea l’uomo, soffia nella statua di fango il suo spirito, la sua vita. Dell’uomo, quindi, si dovrà dire che la sua più vera realtà è di essere figlio, chiamato a rivestire nel mondo, per esempio, il ruolo di custode della creazione; la vita oltre la morte trova qui la sua più profonda ragione, Neppure le infedeltà, le ribellioni, gli orrori commessi da questo figlio infedele e degenere, possono rendere vana l’inflessibile volontà di comunione del Padre, che osa chiedere al Figlio eterno di mescolarsi all’umanità dolente, fino al punto di assumerne il peccato e la morte. La morte appare a noi castigo o abbandono: in realtà Giovanni l’evangelista vede in essa il compimento dell’Alleanza eterna. Non può essere se non Giovanni il visionario, a dare esplicitamente questa interpretazione. Egli dice, infatti: che Gesù “chinato il capo, consegnò lo Spirito” (Gv 19,10). La traduzione italiana cerca di conservare l’ambivalenza del termine greco exèpneusen, che racconta l’atto finale della passione: rese lo spirito, spirò. Ma, nello stesso tempo, rifacendosi al racconto della Genesi, il soffio vitale che Gesù consegna, è il simbolo della nuova creazione, dell’effusione dello Spirito santo, dello Spirito di Dio, grazie al quale tutto può ricominciare.

Appare anche che questo discorso vale soltanto e propriamente per l’amore. Il genio di sant’Agostino lo ha detto: l’amore è in se stesso trino e unico, perché in esso c’è l’amante, l’amato e l’amore. L’amore desidera la fusione, ma deve rinunciare al possesso dell’altro. L’amante si arricchisce per questa diversità; l’amato, a sua volta, vive l’incontro come esperienza di dono e di grazia e la sua risposta viene data nella libertà. Ancora sant’Agostino: “Ubi amatur, non laboratur et si laboratur, ipse labor amatur” (“Quando si ama, non c’è fatica; ma anche se ci fosse, si amerebbe quella fatica”).

Se questo è il Dio dei cristiani, perché in nome suo si uccide, perché ci difendiamo dalle esigenze dell’amore, che ci rende tutti uguali, tutti responsabili di ogni altro uomo, reso nostro fratello dalla grande storia, racchiusa nel segno della croce?




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