Che migliaia di sessantenni e settantenni cantino Guccini nelle piazze italiane non sorprende. Sono cresciuti con quelle canzoni, spesso ci hanno messo dentro pezzi della propria vita. Più curioso è vedere ragazzi di vent’anni conoscere La locomotiva, Auschwitz, Eskimo, Canzone per un’amica. Ragazzi nati quando Francesco Guccini era già il Maestrone e aveva quasi smesso di fare concerti. Vale la pena capire perché.
Guccini appartiene a una generazione e a un’Italia che non esiste più. Le osterie, le sezioni di partito, le discussioni infinite, Bologna, la provincia, l’Appennino, il vino, le stazioni, i treni. Ma le sue canzoni hanno superato il loro tempo e sono finite in mano a ragazzi che di quel mondo non hanno conosciuto nulla. Non era scontato, anche perché Guccini oggi sarebbe un caso disperato per qualsiasi ufficio marketing. Canzoni di sette o otto minuti, introduzioni parlate che qualche volta duravano quasi quanto le canzoni, una voce non proprio da usignolo, nessuna coreografia e una certa inclinazione a usare parole che richiedevano il vocabolario. Sul palco c’erano lui, la chitarra, Flaco Biondini, una bottiglia di vino. E poteva bastare.
Guccini aveva bisogno di spazio. Per raccontare una storia, descrivere un luogo, ricordare una donna, divagare. Soprattutto aveva bisogno di tempo. Ed è proprio il tempo a separare la sua generazione musicale da quella di oggi.
Non penso che la musica dei boomer fosse per definizione migliore. Ogni generazione tende a considerare irripetibile quella della propria giovinezza, insieme alle estati, ai sapori e naturalmente alle ragazze. Ma tra gli anni Sessanta e Ottanta accadde qualcosa di particolare: la musica diventò uno dei principali strumenti di formazione di milioni di giovani. Non si ascoltavano soltanto canzoni. Si imparavano parole, atteggiamenti, idee. Si scoprivano libri e autori. Si litigava di politica. Si imparava anche a soffrire per amore, attività alla quale la musica di allora dedicava parecchio spazio.
Poi c’era il disco.
Costava, dunque non se ne compravano molti. Aveva una copertina, un lato A e un lato B. Le canzoni stavano nell’ordine deciso dall’autore. Per saltarne una bisognava alzarsi e spostare la puntina. A volte, per pigrizia, si finiva per ascoltare anche quella che non piaceva. Dopo dieci ascolti poteva diventare la preferita.
Un ragazzo di oggi ha in tasca quasi tutto ciò che è stato registrato nella storia. Noi avevamo cinquanta dischi, magari cento, e conoscevamo anche i graffi. Non era necessariamente meglio. Era un altro rapporto con la musica.
Soprattutto, arrivammo nel momento giusto. Nel giro di pochi anni ci passarono davanti Beatles e Rolling Stones, Dylan e Leonard Cohen, Pink Floyd e Led Zeppelin, Bowie, Springsteen, Patti Smith. In Italia De André, Battisti, Dalla, De Gregori, Battiato, Guccini, molti altri quasi dimenticati. L’elenco potrebbe continuare e diventare insopportabile, come spesso accade quando i boomer cominciano a parlare di musica. Ma quella concentrazione di talenti non nacque nel vuoto. Coincise con una stagione nella quale i giovani diventarono protagonisti della società occidentale. Una generazione numerosa entrava sulla scena, contestava i codici ricevuti, cambiava il modo di vestirsi, di parlare, di stare insieme, di viaggiare, il rapporto con l’autorità e con la famiglia.
Il rock fu il grande linguaggio di quella trasformazione. Nacque in Occidente, soprattutto tra Stati Uniti e Gran Bretagna, dall’incontro tra la cultura musicale afroamericana e quella bianca, ma impiegò poco a sfondarne i confini. I Beatles diventarono un fenomeno mondiale. Si ascoltavano in Europa e in Sudamerica, arrivavano in Asia e persino nell’Unione Sovietica, dove i loro dischi erano difficili da trovare e proprio per questo venivano cercati, copiati, scambiati.
Quella musica diventò uno dei primi linguaggi globali della cultura giovanile. Londra, San Francisco e New York dettavano mode che arrivavano a Parigi, Roma, Buenos Aires, Tokyo e, per vie meno ufficiali, oltre la cortina di ferro. Una chitarra elettrica attraversava frontiere che sembravano invalicabili.
Dentro quella musica c’erano libertà, ribellione, viaggio, ricerca spirituale, nuovi costumi, desiderio di una vita diversa da quella dei genitori. Non era necessario condividere un’ideologia. Spesso non ce n’era una. Bastava avere vent’anni. Un disco poteva cambiare il modo di vestirsi, parlare, pensare. Poteva portarti a leggere Kerouac o Pavese, interessarti all’India, comprare una motocicletta o decidere che la vita prevista dai tuoi genitori non sarebbe stata la tua. La musica non faceva da sottofondo. Occupava spazio.
Guccini, dentro questa storia, era un caso speciale perché raccontava. In Eskimo ci sono un amore, Bologna, il Sessantotto, le differenze sociali, la politica, la giovinezza che passa mentre uno crede che debba durare per sempre. La locomotiva prende un fatto del 1893 e lo trasforma in epopea. Auschwitz porta la Shoah dentro una canzone che i ragazzi possono cantare insieme. Radici parla di appartenenza senza bisogno di pronunciare la parola identità, che all’epoca non era ancora diventata buona per qualsiasi dibattito televisivo. Era colto senza fare il professore. Poteva passare da Borges a un’osteria senza cambiare tono. La cultura non gli serviva per dimostrare di possederla. Gli serviva per raccontare. Poi c’è un dettaglio che dovrebbe mettere un po’ in difficoltà noi boomer.
I ventenni ascoltano Guccini. Noi facciamo molta più fatica con una parte della loro musica. La trap, certo, che liquidiamo come autotune, testi elementari inconsistenti, esibizione di denaro e successo. Ma anche molto pop italiano contemporaneo, costruito con codici che ci risultano estranei, o l’elettronica più pesante, davanti alla quale chi è cresciuto con chitarra, basso e batteria può avere la sensazione che qualcuno abbia dimenticato la musica da qualche parte.
A volte abbiamo anche buoni argomenti. Non tutto ciò che è nuovo è bello per il fatto di essere nuovo, così come non tutto ciò che è vecchio diventa grande per anzianità di servizio. Resta l’asimmetria. Un ragazzo del 2026 può ascoltare una canzone scritta mezzo secolo prima che nascesse, impararla e sentirla sua. Molti adulti fanno molta più fatica a percorrere la strada opposta.
D’altra parte è sempre andata così. I genitori dei ragazzi che impazzivano per Elvis non erano entusiasti di Elvis. Quelli che ascoltavano i Rolling Stones non godevano dell’approvazione paterna. Ogni generazione produce almeno un suono che quella precedente considera insopportabile. È quasi un requisito.
Con Guccini accade però qualcosa in più. Cambiano le forme della vita, non tutto quello che c’è dentro. A vent’anni si continua a desiderare di andarsene, a innamorarsi della persona sbagliata, a cercare amici, a sentirsi immortali e subito dopo perduti. Si continua ad avere paura del futuro. Si scopre, prima o poi, che il tempo passa. Guccini ha scritto molto di questo.
La distanza tra boomer e Gen Z sta anche nel modo in cui siamo stati educati alla musica. Noi dovevamo cercarla, comprarla, aspettarla. Oggi arriva in quantità infinita e compete con video, social, podcast, serie, videogiochi, messaggi. Non è colpa di nessuno. È cambiato l’ambiente. Per questo fa un certo effetto che proprio Guccini riesca ancora a passare dall’altra parte. L’uomo delle canzoni interminabili nell’epoca dei quindici secondi. Quello delle introduzioni parlate nell’epoca dello swipe. Uno che prima di arrivare al punto poteva raccontarti dove aveva cenato, chi c’era al tavolo e che tempo faceva quella sera. Nel 1984, in Piazza Maggiore, per Fra la via Emilia e il West arrivò una folla enorme. Era il suo mondo e quella era, in larga parte, la sua generazione.
Oggi nelle piazze ci sono anche i nipoti. Non hanno avuto i nostri dischi, non hanno vissuto le nostre osterie, non hanno conosciuto quell’Italia. Ma quando parte una chitarra e qualcuno attacca «Non so che viso avesse…», molti sanno come continuare. I ventenni cantano Guccini. Noi ascoltiamo venti secondi di trap e chiediamo che qualcuno la spenga.
Prima di spiegare ai ragazzi che cosa hanno perduto, potremmo riconoscere che almeno loro, ogni tanto, vengono a cercare quello che abbiamo avuto noi.






Non ci sono commenti
Partecipa anche tu