Grande è la confusione sotto il cielo d’Europa. La situazione, questa volta, non è eccellente.
Una lama attraversa il continente. Divide le città, le generazioni, i quartieri, perfino il significato delle parole. A sinistra e a destra si organizzano campi sempre più ostili, incapaci di riconoscersi come parti della stessa comunità politica. Non si confrontano più due idee di società. Si fronteggiano due rappresentazioni del nemico.
La polarizzazione non nasce dal nulla. È la risposta, spesso rozza, a problemi che le classi dirigenti europee hanno lasciato marcire. L’immigrazione incontrollata, la crescita dell’Islam politico, la perdita di sicurezza nelle periferie, l’arretramento dei ceti medi, il lavoro povero, la crisi demografica. Per anni bastava nominare questi temi per essere sospettati di populismo. Ora sono entrati con violenza nelle urne, nei parlamenti, nelle strade.
La destra risponde riscoprendo la nazione, il confine, l’identità. Talvolta anche il sangue e il suolo, sia pure rivestiti con abiti moderni e profili social ben curati. La sinistra, smarrita la classe operaia, cerca un nuovo soggetto rivoluzionario. Lo trova nelle minoranze, nell’ecologia radicale, nella lotta contro ogni diseguaglianza, nella denuncia di un Occidente considerato colpevole per definizione. Marx ritorna tra i giovani, ma con un lessico mutato. Al posto della fabbrica ci sono il clima, il genere, la razza, il colonialismo. Resta intatta la struttura morale: oppressori e oppressi, innocenti e colpevoli, liberazione e condanna.
Gli estremi crescono insieme. Ciascuno offre all’altro la prova della propria necessità. L’islamismo alimenta il nazionalismo; il nazionalismo conferma alla sinistra radicale la natura irrimediabilmente razzista dell’Europa. Le università occupate producono voti per la destra. Le ronde identitarie regalano argomenti alla cultura woke. Ogni eccesso giustifica quello opposto.
In mezzo resta un liberalismo europeo esausto, amministrativo, senza popolo. Sa scrivere regolamenti, fissare parametri, distribuire fondi. Non sa più raccontare una civiltà. Ha confuso la tolleranza con la rinuncia a giudicare, l’accoglienza con l’assenza di limiti, il mercato con una burocrazia continentale, la pace con la rimozione della forza. Credeva che la storia fosse terminata e si ritrova circondato dalla storia.
L’Unione Europea avrebbe dovuto trasformare nazioni antiche in una comunità politica confederata e sorella. Ha costruito una moneta, un mercato, una complessa architettura giuridica. Non ha costruito un demos. Non esiste ancora un popolo europeo disposto a condividere fino in fondo destino, debiti, esercito, frontiere e sacrifici. Nei giorni tranquilli questa mancanza poteva essere nascosta. Nell’età della guerra, delle migrazioni e della competizione imperiale diventa una crepa strutturale.
L’Europa parla di autonomia strategica, ma dipende dagli Stati Uniti per la difesa, dalla Cina per una parte decisiva delle filiere industriali, dalle piattaforme americane per la vita digitale, da paesi instabili per l’energia e il controllo delle migrazioni. Regola tecnologie che non produce. Discute di intelligenza artificiale mentre altri la sviluppano. Difende un benessere che fatica a finanziare e distribuisce una ricchezza che crea sempre meno.
Fuori dai suoi palazzi, gli imperi contemporanei hanno già cominciato a disegnare il mondo nuovo. Gli Stati Uniti conservano la potenza tecnologica e militare. La Cina unisce pianificazione, industria e ambizione. La Russia usa la guerra per reclamare il proprio spazio. L’India cresce, tratta, sceglie. Il Medio Oriente investe, compra, condiziona. L’Europa convoca vertici.
Intanto i venti di guerra tornano a soffiare vicino alle nostre case. Parole che credevamo consegnate ai manuali — riarmo, mobilitazione, deterrenza, economia bellica — rientrano nel linguaggio quotidiano. E con esse ritornano i fantasmi del Novecento. Non nelle stesse uniformi, naturalmente. La storia non replica le proprie scenografie. Ripresenta però le stesse tentazioni: il capo, la massa, la purezza, il tradimento, la violenza redentrice, la promessa di una comunità finalmente liberata dai suoi nemici.
Il pericolo non è che l’Europa torni identica a ciò che è stata. È che dimentichi perché aveva deciso di non esserlo più.
Per uscire dalla polarizzazione non servono altri appelli rituali alla moderazione. Il centro, quando diventa semplice immobilità, non è una virtù. Occorre riconoscere la realtà senza consegnarla agli estremisti. Governare l’immigrazione senza disprezzare chi arriva. Difendere la cultura europea senza trasformarla in una fortezza etnica. Combattere le diseguaglianze senza tornare all’illusione marxista. Proteggere l’ambiente senza condannare industria e sviluppo. Ricostruire una capacità militare senza innamorarsi della guerra. Produrre ricchezza prima di prometterne la distribuzione.
Soprattutto, l’Europa deve tornare a sapere che cosa vuole essere. Non un museo ben amministrato, non un grande mercato sorvegliato da migliaia di norme, non una provincia benestante degli imperi altrui. Una civiltà politica capace di custodire libertà, conoscenza, diritti, responsabilità e potenza.
La lama è già entrata nella carne del continente. Continuare a negarla significa lasciarla affondare. Guardarla senza paura è il primo gesto europeo che ci resta.






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