La batosta americana di Donald Trump ha rimesso il sorriso sulle labbra del campo largo. Schlein e compagni intravedono nel tramonto dell’invincibilità trumpiana una promessa per il 2027. La destra italiana, che fino a ieri esibiva la vicinanza alla Casa Bianca come un certificato di appartenenza alla storia, scopre che anche la storia cambia umore. Si annuncia una campagna elettorale ancora più aspra, con due schieramenti pronti a contendersi ogni centimetro di propaganda. Quanto alle idee, si vedrà.
La polarizzazione è ormai il grande affare della politica italiana. Conviene a tutti, semplifica il mondo, dispensa dalla fatica di spiegare. Basta indicare il nemico, possibilmente mostruoso, e chiamare a raccolta i fedeli. A destra si agitano gli spettri della sinistra, a sinistra quelli del fascismo. Nel frattempo il Paese invecchia, produce poco, cresce meno e guarda gli altri allontanarsi.
Ci sarebbe, almeno sulla carta, uno spazio immenso per una politica liberale, europea, moderna. Ma è occupato da una compagnia di giro più interessata ai seggi che ai programmi. Renzi cerca riparo nel campo largo, Calenda coltiva la propria autonomia con Picierno sullo sfondo, Marattin guida un PLD già spaccato sull’orientamento da prendere, Più Europa continua a litigare in famiglia. Un condominio dove tutti pretendono l’attico e nessuno paga le spese comuni. E dove la sopravvivenza parlamentare sembra contare assai più della costruzione di un progetto politico. Qualche deputato in più può fare la fortuna di un leader. Difficilmente cambierà quella dell’Italia.
Perché l’Italia ha un problema gigantesco, che la politica preferisce osservare da lontano: non cresce abbastanza la produzione di ricchezza. La produttività ristagna, gli investimenti faticano, l’innovazione procede a macchie, i salari restano compressi. E senza nuova ricchezza non si finanziano stabilmente né la sanità né le pensioni, non si aiutano davvero i poveri, non si garantisce un futuro ai giovani. Il benessere sociale non nasce da una delibera parlamentare. Qualcuno deve produrlo.
Invece continuiamo a discutere di come distribuire ciò che non abbiamo. La destra promette protezione, la sinistra redistribuzione, il populismo di ogni colore aggiunge qualche miliardo immaginario. Giuseppe Conte rispolvera il reddito di cittadinanza, una misura che ha già mostrato i propri limiti nel trasformare l’assistenza in occupazione. Si ripropone così la vecchia illusione italiana: combattere la povertà con un assegno permanente, senza affrontare le ragioni per cui milioni di persone non riescono a produrre reddito sufficiente. Una politica sociale ridotta a trasferimento di denaro pubblico, finanziato da chi lavora e paga le imposte, che rischia di trasformare una necessaria protezione dalla miseria in una condizione assistenziale senza uscita.
Il problema non è aiutare chi non può lavorare o chi, pur lavorando, resta povero. È costruire un sistema che non confonda la solidarietà con il mantenimento indefinito di chi è nelle condizioni di contribuire. Formazione, occupazione, salari, produttività: due parole faticose, prive del fascino elettorale di un bonifico mensile. Ma un Paese che sostituisce il lavoro con il sussidio non diventa più giusto. Diventa semplicemente più povero, e alla lunga non avrà neppure le risorse per sostenere chi ha davvero bisogno.
Ma c’è qualcosa di ancora più profondo. In Italia manca un rapporto onesto tra chi chiede il voto e chi dovrebbe concederlo. La politica tratta troppo spesso gli elettori come bambini da blandire, spaventare o intrattenere. Mai come adulti ai quali spiegare che alcune scelte sono necessarie, altre dolorose, altre ancora semplicemente impossibili. La parola sacrificio è stata espulsa dal vocabolario pubblico. La responsabilità è diventata un’espressione da convegno.
E gli elettori, naturalmente, non sono innocenti spettatori. Da noi il guitto gode di un prestigio che il competente può soltanto invidiare. Il chiacchierone conquista la scena, chi studia annoia. Il demagogo promette miracoli, la persona preparata illustra limiti e possibilità. Indovinate chi finisce in televisione.
Così sopravvivono macchiette nostalgiche del fascismo e reduci sentimentali dello stalinismo, rivoluzionari con il vitalizio e liberisti che invocano lo Stato appena il mercato smette di sorridere. Un repertorio da operetta, con costumi diversi e una sorprendente somiglianza nei comportamenti. Tutti hanno una soluzione semplice per problemi complicati. Nessuno sembra particolarmente interessato a spiegare perché le soluzioni semplici non abbiano funzionato.
La sconfitta di Trump può cambiare gli equilibri della politica internazionale e influenzare quelli italiani. Non cambierà, da sola, la qualità della nostra classe dirigente. La competizione del 2027 si annuncia come l’ennesima contesa tra due coalizioni che si presenteranno come l’ultima difesa della civiltà contro la barbarie avversaria. Il centro cercherà di sopravvivere, i leader di conservare il posto, i professionisti della promessa di aggiornare il catalogo.
Quanto al Paese, avrebbe bisogno di una cosa assai meno spettacolare: persone capaci di governare, raccontare la realtà senza trucchi e dire qualche verità scomoda. Ma la serietà, in Italia, soffre di un difetto imperdonabile. Non fa spettacolo. E soprattutto non promette niente gratis.






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