Il socialismo, nel mondo, non è una parola intercambiabile. È un dispositivo ideologico, una vicenda storica, una categoria ermeneutica con cui leggere il conflitto tra capitale e lavoro, tra potere economico e diritti sociali. In Italia, però, il suo destino è stato singolare: il Psi si è concluso con Bettino Craxi, non solo politicamente ma simbolicamente. Con la sua caduta si è prodotta una rimozione. Il caso italiano è anomalo perché, eliminato il Psi per via giudiziaria e travolto dalla crisi della Prima Repubblica, la sinistra ha cambiato nome più volte, ma ha evitato di nominare se stessa. Una sorta di damnatio memoriae ha trasformato il socialismo in un fantasma lessicale: presente nei contenuti, assente nella dichiarazione. Si è preferito l’eufemismo alla genealogia.
Quanto al cosiddetto socialismo liberale, non è dato in natura. È stato un tentativo alto, legato alla grandezza intellettuale di Gobetti e dei Rosselli, figure che appartengono al pantheon civile del Novecento. Ma a un secolo di distanza, quella sintesi non regge come architettura politica generale. Liberalismo e socialismo nascono da presupposti diversi: il primo ordina la libertà individuale entro il mercato e il limite dello Stato; il secondo interviene sul mercato per correggerne gli esiti e redistribuire potere. Possono dialogare, non coincidere.
Oggi, con maggiore semplicità e meno timore, si può dire che il Pd di Elly Schlein e altre forze della sinistra praticano politiche definibili socialiste anche in Italia. Sarebbe tempo di chiudere quella rimozione e restituire al lessico politico la sua chiarezza. E al mondo liberale — laico o cattolico che sia — spetterebbe un compito speculare: elaborare una proposta alta e coerente, consapevolmente alternativa a una prospettiva socialista. Non basta il richiamo generico al “centro”, né il narcisismo dei piccoli padroni. Se il conflitto esiste, va nominato. E se le culture politiche esistono ancora, abbiano il coraggio di dirsi per ciò che sono.






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