Le riforme che nessuno vuole

il governo Meloni al Senato – GOV

Se si volesse affrontare il declino economico italiano, i fronti prioritari sarebbero due: la burocrazia che soffoca le imprese e la spesa pubblica improduttiva che grava su chi produce reddito. Sono temi che la politica sfiora appena, quasi fossero argomenti proibiti.

L’Italia continua a registrare un grave problema di produttività. Da oltre vent’anni cresce meno dei principali partner europei. Non perché manchino imprenditori capaci, lavoratori qualificati o risparmio privato. Manca un ambiente favorevole a chi investe, rischia e crea occupazione.

Chiunque abbia avuto a che fare con un’impresa lo sa. Dalla grande azienda alla microattività artigiana, il rapporto con la pubblica amministrazione assomiglia a una corsa a ostacoli. Autorizzazioni che richiedono mesi o anni, norme contraddittorie, competenze disperse tra enti diversi, controlli sovrapposti, adempimenti che si moltiplicano senza produrre alcun beneficio concreto. La responsabilità è sempre di qualcun altro. La firma non arriva. La decisione viene rinviata. Il funzionario che sbaglia non paga; quello che non decide non rischia nulla.

Nel frattempo l’imprenditore aspetta. Oppure rinuncia.

La conseguenza è che l’Italia è diventata uno dei Paesi europei in cui fare impresa è più complicato e costoso. Alla giungla burocratica si aggiunge un sistema fiscale e contributivo che assorbe circa il 60 per cento del profitto di un’impresa. Poi ci si stupisce se la crescita ristagna.

Lo Stato italiano non soffre di scarsità di mezzi. Soffre di un problema di efficienza e di responsabilità. Non aiuta chi produce ricchezza quanto potrebbe. Non accelera gli investimenti. Non favorisce la competitività.

Accanto alla burocrazia c’è l’altro grande tabù nazionale: la spesa pubblica improduttiva.

L’Italia spende molto e spende male. La spesa pubblica supera i 1.100 miliardi di euro l’anno e si colloca attorno alla metà del Pil. Esistono migliaia di centri decisionali, una proliferazione di enti, società partecipate, organismi intermedi e strutture amministrative che si sovrappongono senza generare valore proporzionato ai costi. Ogni livello istituzionale produce procedure, autorizzazioni, regolamenti, interpretazioni. Il risultato è un sistema che alimenta se stesso più che servire cittadini e imprese.

Naturalmente esistono servizi pubblici essenziali che vanno difesi e rafforzati. Una cosa è finanziare sanità, scuola, sicurezza e infrastrutture. Altra cosa è mantenere apparati che sopravvivono per inerzia o per convenienza politica.

Tra gli esempi più evidenti c’è la previdenza. Per anni si è potuto andare in pensione a età che oggi appaiono difficili da credere, ricevendo assegni spesso superiori ai contributi versati grazie al sistema retributivo. Le baby pensioni sono diventate il simbolo di una stagione nella quale la politica distribuiva benefici immediati scaricandone il costo sulle generazioni successive.

Anche il sistema previdenziale porta ancora i segni di quelle scelte. Pensionamenti anticipati, deroghe e privilegi accumulati nel tempo continuano a pesare sui conti pubblici e sui contribuenti.

Il tema è quasi assente dall’agenda politica. Si discute di nuove spese, raramente di quelle esistenti. Persino le proposte di riduzione graduale della spesa pubblica – come quella di un punto di Pil all’anno per cinque anni avanzata da Luigi Marattin – restano confinate ai margini del dibattito.

La domanda allora è semplice: perché la politica non affronta questi problemi?

La risposta è meno nobile. Rendere efficiente la macchina pubblica significa toccare interessi consolidati. Ogni ente soppresso, ogni privilegio eliminato, ogni spesa tagliata produce opposizione organizzata. Ogni risparmio genera meno consenso. E il consenso resta la moneta decisiva della politica.

Così si preferisce promettere nuovi bonus, nuove agevolazioni, nuovi trasferimenti, nuove strutture. Si distribuiscono benefici visibili e si rinviano le riforme che avrebbero effetti duraturi.

Una riforma seria dello Stato produce benefici economici nel medio periodo ma costi politici immediati. Elimina rendite, riduce centri di potere, costringe qualcuno a rinunciare a privilegi acquisiti. Per questo quasi nessuno la vuole davvero.

L’Italia continua così a convivere con una burocrazia che rallenta ogni iniziativa e con una spesa pubblica che alimenta se stessa. Si annunciano nuove misure, nuovi interventi, nuovi stanziamenti. Il problema di come rendere più efficiente ciò che già esiste resta sullo sfondo.

La crescita economica non è una formula misteriosa. Nasce da investimenti, innovazione, lavoro, concorrenza e fiducia. Richiede regole chiare, tempi certi e uno Stato capace di aiutare, o almeno di non ostacolare, chi produce ricchezza e occupazione.

La questione, in fondo, è semplice. L’Italia non ha bisogno di nuove leggi. Ne ha già troppe. Non ha bisogno di nuovi enti. Ne ha già abbastanza. Non ha bisogno di nuove promesse. Ne ha sentite fin troppe.

Ha bisogno di uno Stato che decida, che si assuma responsabilità, che sappia distinguere ciò che serve da ciò che è superfluo. Ma è una rivoluzione che costa consenso. E per questo, da decenni, nessuno la fa. Nel frattempo il Paese cresce meno degli altri, perde competitività e assiste sempre più sfiduciato allo spettacolo della politica che promette di cambiare tutto per lasciare tutto com’è.




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