Le Reggiane compiono 125 anni. Il regalo migliore sarebbe un piano industriale. Celebrare la fabbrica che ha contribuito a costruire la ricchezza di questa città significa dare un futuro alla sua vocazione. Cambiano le macchine, le tecnologie, le competenze. Deve restare il lavoro.
Bene il Parco Innovazione, l’università, i laboratori e le imprese insediate. Ma restano 80.000 metri quadrati di aree e strutture da valorizzare, secondo la proposta che il Parco rivolge agli investitori. Una dimensione che richiede ambizione industriale. Ho già suggerito di studiare un polo dedicato ai data center e all’intelligenza artificiale. Il compleanno delle Reggiane è l’occasione per riprendere il discorso.
Nei prossimi cinque-dieci anni la capacità di elaborare dati peserà sulla competitività quanto l’energia e le infrastrutture. Progettare macchine, prevedere guasti, controllare la qualità, organizzare magazzini, ridurre consumi e sprechi: l’AI entra nel mestiere quotidiano delle nostre imprese. Possiamo acquistare altrove ogni tecnologia oppure sviluppare qui una parte delle competenze e del valore.
I data center sono le strutture che rendono possibile questa economia. Le previsioni dell’Agenzia internazionale dell’energia indicano un consumo elettrico mondiale del settore quasi raddoppiato entro il 2030 rispetto al 2025. Un mercato in espansione, con esigenze severe di energia, connessioni e capitali. Per entrarvi servono conti e clienti.
La proposta per le Reggiane può essere concreta. Un centro di calcolo da sviluppare per fasi, affiancato da imprese del software e laboratori di AI applicata alla manifattura. Servizi anche per le aziende piccole, che da sole non possono permettersi strutture e specialisti. Il primo passo sarebbe coinvolgere meccanica, meccatronica, automazione e agroalimentare, raccogliendo impegni a utilizzare quei servizi. Agli investitori un contratto interessa più di un plastico.
Un secondo campo è il lavoro sui dati. Nelle imprese molte informazioni restano disperse fra macchinari, archivi e gestionali. Organizzarle, proteggerle e renderle utilizzabili è un’attività economica che richiede tecnici, informatici e ingegneri. L’occupazione nascerebbe dall’insieme di queste attività: una sala server, da sola, non restituisce alla città una grande fabbrica. E con il sistema Cineca e il progetto IT4LIA di Bologna si potrebbe costruire una collaborazione fondata sulla specializzazione industriale reggiana.
Il Comune dovrebbe promuovere uno studio di fattibilità, con un termine di sei mesi. Al tavolo proprietà, Regione, Unimore, Iren e imprese. Da verificare energia disponibile, fibra, bonifiche, vincoli, raffreddamento e possibile recupero del calore. Poi il confronto con operatori digitali e investitori. Se grandi impianti di calcolo risultassero incompatibili con l’area, resterebbe la possibilità di ospitare laboratori e aziende collegati a infrastrutture esterne.
Questa sarebbe una politica dello sviluppo. Per le ramblas si trovano sei milioni di euro. Sarebbe bene dedicare agli investimenti produttivi almeno la stessa determinazione: senza attività e lavoro, le passeggiate rischiano di collegare soprattutto i vuoti. Il futuro economico della città merita più attenzione della sua pavimentazione.
Il benessere reggiano non è una rendita ereditaria. Un sistema produttivo che non si rinnova perde terreno; un’università senza opportunità professionali all’altezza prepara la partenza dei suoi laureati. Reggio vive di lavoro, creatività e ricchezza prodotta. Gli eventi possono animarla, non mantenerla. La piega festaiola delle Reggiane, fra musica, dj set e bicchieri alzati, sembra invece guadagnare spazio rispetto alla domanda centrale: che cosa si produrrà qui nei prossimi vent’anni. Il calendario delle serate non è un piano per il futuro. Sarebbe singolare celebrare il coraggio industriale dei nostri predecessori dedicando il prossimo secolo alle passeggiate e agli aperitivi.






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