Perché l’Emilia ha perso i suoi intellettuali

Nicola Fangareggi substack

Il problema non è che in Emilia siano finiti i talenti. Il problema è che è finito il mondo che li rendeva visibili, necessari, perfino inevitabili. Per decenni Bologna e il suo territorio hanno funzionato come una macchina culturale integrata, capace di tenere insieme università, politica, editoria, arti, musica, critica, vita associativa, producendo figure che non erano eccezioni ma espressione di un sistema, da Umberto Eco a Pier Vittorio Tondelli, da Luigi Ghirri a Vasco Rossi, da Ermanno Cavazzoni a Freak Antoni e a Giovanni Lindo Ferretti, fino a personalità come Francesca Alinovi e ad altre presenze femminili meno celebrate ma decisive nella costruzione di un ambiente intellettuale diffuso. Non era solo una stagione felice, era una filiera. La cultura non era intrattenimento né ornamento: era uno strumento di interpretazione e di trasformazione del reale.

Poi quel sistema si è progressivamente dissolto. La politica ha smesso di essere pedagogia collettiva e si è ridotta a gestione, l’università ha perso parte della sua funzione di officina critica per diventare una macchina di certificazione, l’editoria territoriale si è contratta, i luoghi di confronto si sono rarefatti. Senza questi moltiplicatori, l’intellettuale come figura pubblica è diventato superfluo, sostituito da operatori culturali spesso competenti ma raramente incisivi sul piano del pensiero.

A questo si è aggiunto un paradosso: l’apertura globale non ha prodotto nuova centralità ma una forma inedita di provincialismo, perché i linguaggi si sono standardizzati e l’Emilia ha smesso di irradiarli per limitarsi a importarli. Nel frattempo la digitalizzazione ha cambiato non solo i mezzi ma la struttura stessa dell’attenzione: tutto è accessibile, poco si sedimenta, e senza profondità non si costruisce una nuova intellettualità. Le nuove generazioni appaiono più fragili sul piano culturale, ma è un effetto, non una causa: è il riflesso di una catena di trasmissione interrotta, della scomparsa di maestri, luoghi, comunità capaci di trasformare il talento in visione.

L’Emilia, in fondo, ha perso i suoi intellettuali quando ha smesso di considerare la cultura una necessità e ha iniziato a trattarla come un accessorio del benessere. Da allora guarda soprattutto al proprio passato, perché fatica a produrre il nuovo. Una società che non produce il nuovo, prima o poi, smette anche di capire il proprio passato.

 

nicolafangareggi.substack.com




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