La distopia della Mediopadana svuotata

La Mediopadana, luogo d’eccellenza della mobilità reggiana. Ecco, mi sono chiesto: “Chissà come sarà oggi nella nostra epoca flagellata dal Coronavirus…”. È una bella giornata di sole, e così colgo anche l’occasione per far fare un giro alla mia auto, un po’ arrugginita dalla lunga sosta (che non vede la fine).

Via Manara, via Terrachini, piazzale del Tricolore, viale Isonzo, via Makallè, via Regina Margherita, via Gramsci, via Città del Tricolore, stazione AV Mediopadana. Un po’ di vita c’è, più di quella che immaginavo, anche se le auto e gli altri mezzi in circolazione potresti contarli senza perdere il conto.

Appare, pure, qualche essere umano a piedi: un papà che spinge una carrozzina, un uomo con un sacchetto di plastica e un giubbotto rifrangente verde, un ragazzo con borsone e trolley lungo via Gramsci, qualche ciclista. Un automobilista che mi precede svolta senza freccia. Impreco. C’è ancora vita in me.

Mi fermo appena fuori la rotonda, a poche decine di metri dalla stazione. Il parcheggio non è vuoto. Il senso di spaesamento inizia a insinuarsi. Non è solo ciò che vedi, ma soprattutto è ciò che respiri. Suggestione autoindotta? Parcheggio con le quattro frecce accese davanti all’ingresso. Un addetto alle pulizie mi guarda interrogativo. Un’auto della polizia è parcheggiata poco distante. Entro e comincio a filmare.

Vuoto. Mi sento clandestino in patria. Salgo le scale per il binario sud. C’è solo l’eco dei miei passi. Vuoto. Sulla banchina mi accoglie l’annuncio di un ritardo. Sul binario nord, direzione Milano, invece ci sono quattro o cinque passeggeri in attesa. Sono le 10.30 circa, forse è un orario morto, penso. Chissà di chi saranno tutte le auto parcheggiata là fuori.

Torno sui miei passi, esco dalla stazione e mi arrampico sulla scalinata esterna per il binario che porta verso il cuore produttivo d’Italia, almeno fino a un mese fa. Vedo i passeggeri come i poliziotti vedono me, si avvicinano. Anche se sono in regola, m’inquieto:
«Ha l’autocertificazione?».
«Sono un giornalista, sto facendo un servizio», rispondo mostrando il tesserino.
«Per quale giornale?», mi domanda l’agente più giovane.
«24Emilia».
«Ah… sì, bene», dice, già preso – insieme all’altro agente – da un ragazzo che spunta dalla rampa di scale con la testa bassa. Il suo linguaggio del corpo parla chiaro: fin da subito è seccato per le domande a cui dovrà rispondere.

Non resto per seguire l’evoluzione della scena, non tanto e non solo per motivi di riservatezza ma perché la notizia vera, penso lì per lì, è un’altra: nel mondo precedente ti potevi muovere libero, nel mondo di oggi no. Il motivo è noto, e sicuramente giusto, ma ciononostante non posso nascondere una certa inquietudine.

Comunque, abbandonate le riflessioni distopiche, mi rituffo nel vuoto per intravedere la metafora di un autobus vuoto allontanarsi nella luce del mattino.




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