La dignità degli impronunciabili

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di Mauro Del Bue

Attenzione a un passaggio cruciale. Quando Letta sostiene che al congresso del PD può essere messo in discussione anche il nome, “hic Rhodus, hic salta”.

Perché gli ex comunisti nel 1989 decisero di cambiare nome e dissero no all’unità socialista? Perché il socialismo democratico aveva vinto nella storia alla luce del crollo del comunismo.
Ma non poteva essere ammessa tale vittoria storica. Il nuovo partito si chiamò infatti Pds e poi Ds ma non socialista, socialdemocratico e nemmeno laburista come tutti gli altri partiti della sinistra democratica europea.

Nel nome c’erano insieme una scelta e un rifiuto. La scelta era di salvare una tradizione, quella del comunismo italiano, e il rifiuto era quello di condividere le ragioni dei socialisti e socialdemocratici italiani.

Il Pds si iscrisse nel dicembre del 1992 (con la porta spalancata dal Psi) all’Internazionale socialista ma continuò a ritenere quel nome “impronunciabile” in Italia. Questo ancora di più dopo l’unificazione con la Margherita e la costituzione del Pd. Essere democratici vuol dire tutto e nulla. Popper sosteneva che un’idea era vera se poteva essere falsificata. Esistono in Italia gli antidemocratici? Anche il termine progressista è fuorviante. Esistono i regressivi forse? Dipende semmai dal tipo di progresso. Ad esempio gli ambientalisti non sono per un progresso che deturpi la natura e metta a rischio l’ambiente. Ma i termini democratico e progressista erano anche nella recente campagna elettorale preferiti a quello, appunto, di socialista, socialdemocratico e perfino di laburista.

La genericità del termine scelto nonostante le contraddizioni enunciate permette tuttavia a questo partito di conciliare le sue contraddizioni: essere ad un tempo socialista in Europa rifiutando di esserlo in Italia, esponendo così nelle sue sezioni i ritratti di Berlinguer e di Moro che socialisti non sono stati mai, né in Europa né in Italia.

Non solo. Il rifiuto porta con sé non solo il mancato riconoscimento delle ragioni, ma la completa cancellazione di una storia (quella che va da Turati, a Saragat, a Nenni e fino a Craxi) in funzione della costruzione di una storia parallela che non esiste e cioè quella che dovrebbe congiungere Gramsci e il suo giornale L’Unità, del quale si celebrano tuttora le feste, con De Gasperi (e quest’ultimo con Dossetti che contrastò De Gasperi lasciando la politica) e Aldo Moro, che non superò nemmeno nel 1978 il veto sulla partecipazione dei comunisti al governo con Berlinguer che la pretendeva.

La confusione storica e l’inconciliabilità di questa storia con il socialismo europeo è evidente. Vuole finalmente risolverla col prossimo congresso il Pd scegliendo un’identità chiara? Lo aspettiamo da tre decenni. In caso contrario se la repulsione della nostra identità continuerà a prevalere sulla coerenza quel che resta di noi non può che collocarsi altrove.
Con chi ritiene il nostro nome impronunciabile, perché mai come in questo caso “res sunt consequentia nominum”, ci può essere solo conflitto. Gli impronunciabili hanno una dignità da difendere.



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