La corona del Sole

Scultura in bronzo dorato del XIX secolo – IR

Questi sono i giorni del Sole e dei suoi cavalli d’or.

Non solo perché fa un caldo africano, ma perché si proverà il brivido dell’eclisse del 18 agosto, e dell’improvviso calo della temperatura. Nel frattempo, tutti a ordinare su Amazon occhiali da sole con filtri certificati: 4,99 euro, neanche tanto.

L’occasione ci obbliga a rispolverare la gloria (incredibilmente) reggiana della prima foto scattata alla corona solare durante l’eclisse del 1860. Autore, padre Angelo Secchi, pioniere dell’uso della fotografia per studiare le stelle. Secchi ha scritto anche un trattato sul Sole (“Le Soleil”) uscito in francese, ch’era la lingua delle scienze.

La targa sulla casa natìa di Secchi in via Porta Brennone a Reggio Emilia

La targa sulla casa natìa di Secchi in via Porta Brennone a Reggio Emilia

Reggio, sempre ansiosa di primati, tende a misconoscerlo, dopo l’obbligatorio convegno con mostra del 2018 per i duecento anni dalla nascita. Il suo nome è in via di scomparire dalla intitolazione onorifica della scuola superiore, ora denominata “Zanelli con Secchi”, e sta sbiadendo nella memoria.

Questo succede perché Secchi era diventato cittadino di quel che restava dello Stato della Chiesa, per cui ha patito anche l’esilio all’arrivo dei Savoia? Sarebbe strano, visto che perfino il ministro Quintino Sella ha creato per lui una cattedra di astronomia e ha voluto porre il suo monumento sul Gianicolo.

Il monumento a padre Angelo Secchi sul Gianicolo, a Roma

Il monumento a padre Angelo Secchi sul Gianicolo, a Roma

L’idea di innalzargli a Reggio un Monumento inusuale, incredibile, mondiale e astrale, in realtà aveva preso piede all’indomani della morte, nel 1878. Un Comitato qualificatissimo sia sul piano politico che scientifico aveva raccolto allo scopo una cospicua somma, ma il dibattito sul dove e sul come fare il Monumento andò avanti per novant’anni e due guerre mondiali, finché il gruzzolo si svalutò e il Comitato lo consegnò alla Provincia.

Ciò premesso, ecco dove un Monumento potrebbe tornare davvero utile: là dove le auto che escono dall’esagono cercano a proprio rischio e pericolo di svoltare a sinistra senza un inequivocabile punto di riferimento. Non è una metafora politica, ma un caso di psicologia stradale che si verifica in piazza Diaz, un posto largo, mal pensato.

Non è neanche una piazza, ma un antico luogo di andirivieni appena fuori città. La gente si ostina a chiamarla Porta Castello, anche se non c’è più né la Porta né il Castello. Vi si affaccia di tutto un po’: il Seminario, due o tre palazzoni con qualche pretesa, un bar e una farmacia in una piccola piazza attaccata all’unico resto delle patrie mura.

La rotonda di Mazinga, a Reggio Emilia

La rotonda di Mazinga, a Reggio Emilia

Queste presenze incongrue tra alcuni anni saranno velate da un cortinaggio verde e il senso estetico ne avrà sollievo, ma anche a forestazione avvenuta il problema psicologico resterà. E mentre segnalano l’intenzione di svoltare a sinistra, sia provenendo da sud, sia da nord, nel timore di accartocciamenti e avvitamenti, i conducenti invocheranno il tanto vituperato Grande Mazinga. Il nome, dato dal popolo a una scultura tratta da uno schizzo del pittore Gerra, evoca un’Anima giapponese in forma di fulmine nero rosso e obliquo, ma come fluidificatore del traffico in via Emilia all’Angelo bisogna ammettere che funziona…

Ma torniamo a Porta Castello, dove gli autisti sono costretti a guardarsi negli occhi per indovinare le rispettive intenzioni. Proprio lì, il generale napoleonico Sextius Alexandre Francois del Miollis ha provato a collocare un monumento all’Ariosto, da lui molto ammirato. Aveva già fatto posare una base protetta da catene, e ordinato a sue spese una statua. La Municipalità non era tanto d’accordo, sarebbe stato un intralcio al gran traffico di cavalli, carrozze e mandrie, ma come farglielo capire? Semplice: qualcuno rubò le catene, e la cosa finì lì. D’altra parte l’Ariosto aveva già il suo Mauriziano.

La Lancia di Luce di Arnaldo Pomodoro a Terni

Il vuoto del monumento però è ancora lì che aspetta, ed è lì che si dovrebbe celebrare il Secchi, magari non in forma di gesuita, bensì come raggio di sole. Arnaldo Pomodoro ha realizzato qualcosa del genere. Eccolo, si chiama Lancia di Luce, l’ha fatto per Terni.

Purtroppo Pomodoro non c’è più, non possiamo interpellarlo per un sole in Val Padana. Ignorante o zuzzerellona, l’IA suggerisce per Reggio un rebus, che riportiamo qui per gioco, ma magari chissà.

Una Lancia di Luce per Angelo Secchi a Reggio Emilia

Una Lancia di Luce per Angelo Secchi a Reggio Emilia

Un segno che a farlo costerebbe solo un barattolo di vernice è già stato messo in opera per casi di svolta dubbia poco più a sud, sulla ss 63 in zona Rivalta, e sono cerchi campiti di rosso.

La corona solare durante l’eclisse scattata da Angelo Secchi

La corona solare durante l’eclisse scattata da Angelo Secchi

A Porta Castello si potrebbe fare lo sforzo di prendere ispirazione dalla foto di Secchi, che basterebbe a dirimere il traffico senza bisogno di costruire rotonde.

Così nel momento in cui i due conducenti sono costretti a guardarsi negli occhi per capire se è il caso di svoltare a sinistra un metro prima o un metro dopo per non accartocciarsi e avvitarsi, saranno costretti a rispettare la corona del sole, basterà a evitare danni. Quanto al monumento di Secchi, ci ha pensato la Storia a dirimere il traffico e a dare senso alle sparse membra di un paesaggio da ricucire.




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