L’intervento di Elly Schlein a Federmanager merita attenzione. La segretaria del Partito democratico ha parlato di crescita, competitività, produttività, politica industriale, costo dell’energia. Ha riconosciuto che senza crescita anche la stabilità dei conti pubblici diventa fragile. È un lessico che per molti anni è rimasto estraneo a una parte della sinistra italiana.
La diagnosi convince. Il punto è la cura.
Una visione liberal-democratica parte da un principio semplice: la crescita non nasce dalla spesa pubblica. Nasce dalla libertà economica, dalla concorrenza, da uno Stato efficiente, da una giustizia rapida, da un fisco stabile, da una pubblica amministrazione che decide invece di rinviare.
L’Italia non soffre per mancanza di risorse. Soffre per eccesso di Stato. Troppa spesa corrente, troppi enti, troppe competenze sovrapposte, troppe autorizzazioni. Ogni livello amministrativo aggiunge un passaggio, un parere, un vincolo. Alla fine a pagare sono gli investimenti, la produttività, i salari.
La prima riforma dovrebbe essere semplice: ridurre di un punto di Pil all’anno, per cinque anni, la spesa pubblica improduttiva. Non sanità, scuola o investimenti. Gli sprechi, gli enti inutili, le duplicazioni amministrative, gli apparati che consumano risorse senza creare valore. Quelle risorse dovrebbero finanziare una riduzione permanente della pressione fiscale sul lavoro e sull’impresa.
La seconda riforma riguarda la burocrazia. Nessun incentivo potrà compensare un sistema nel quale Stato, Regioni, enti locali, autorità e organismi di controllo si sovrappongono fino a paralizzare le decisioni. Il tempo è una variabile economica. L’Italia continua a trattarlo come un dettaglio amministrativo.
Anche i salari meritano un approccio realistico. Crescono quando cresce la produttività. Prima si crea ricchezza, poi la si distribuisce. È questa la sequenza che ha accompagnato tutti i Paesi sviluppati.
Il discorso di Schlein pone anche una questione politica. Una cultura della crescita richiede un rapporto positivo con impresa, innovazione, infrastrutture, industria ed energia. È difficile conciliare questa impostazione con alleati che guardano allo sviluppo con sospetto e che, sui grandi dossier industriali ed energetici, hanno costruito la propria identità politica.
Le parole contano. Le culture politiche contano di più. Parlare di crescita significa scegliere una direzione. Significa accettare che la ricchezza non nasce nei ministeri, ma nelle imprese. Il compito dello Stato non è sostituirsi al mercato. È permettergli di funzionare.






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