È possibile un giudizio equanime sull’opera di Palmiro Togliatti?

Palmiro Togliatti palco

Dieci anni dopo la morte di De Gasperi (19 agosto 1954), il 21 agosto 1964 moriva a Yalta Palmiro Togliatti, “un uomo di frontiera”, come dice con sintetica efficacia il sottotitolo del libro di Aldo Agosti Togliatti (2003).

Un uomo della Terza internazionale, legato all’Urss di Stalin, ma anche a quella del XX congresso che lo aveva rinnegato, e ai carri armati che invasero l’Ungheria. Un uomo e al suo partito ai quali, però, la democrazia italiana deve molto. Checché se ne dica e nonostante gli eredi del Pci (per essere sintetici) abbiano più in memoria Berlinguer e siano sostanzialmente immemori di Ercoli, alias Roderigo, alias il Migliore, il quale – tornato in Italia nel marzo 1944 – ha diretto il Pci fino alla morte.

Gli anni dell’immediato dopoguerra furono cruciali per il consolidamento di uno Stato uscito da vent’anni di dittatura fascista, due di guerra (di liberazione, civile, di classe). Togliatti tenne il Pci entro le coordinate della democrazia parlamentare (poco importa se con il placet o meno di Stalin) nonostante il grave attentato di cui fu vittima nel 1948 e nonostante uno Stato che non aveva più in simpatia, dopo gli anni del governo ciellenistico, i partigiani e i lavoratori.

Ma le armi non furono usate, ce n’erano e ben oliate, ma non vennero usate. Mentre da parte dello Stato le armi furono usate in abbondanza contro contadini e operai. Ancora oggi, quando si parla di Togliatti, a distanza di 50 anni dalla morte, continua a mancare quella serenità necessaria per valutare la sua figura, che sembra condannata al pregiudizio e non a serene valutazioni storiche.

Il nuovo corso del Pci che lo avrebbe portato al cambiamento del nome, ad esempio, s’inaugurava con un articolo di Biagio De Giovanni dal titolo “C’era una volta Togliatti e il comunismo reale” (l’Unità, 20 agosto 1989) tutto teso a sottolineare unicamente la derivazione terzointernazionalista di Togliatti e la necessità di “superarlo”. Il sacrificio sull’altare dello sgretolamento dell’Unione sovietica e delle “democrazie popolari”.

E secondo chi scrive siamo ancora fermi lì, nonostante le dichiarazioni di Piero Fassino contenute in un’intervista rilasciata il 21 agosto 2004 a Paolo Franchi del Corriere della Sera: “Cosa rappresenta Togliatti per la democrazia italiana?”, gli chiede il giornalista. “Come De Gasperi, Nenni, Saragat e La Malfa, Togliatti – è la risposta dell’allora segretario dei Ds – è stato un padre della Repubblica. La svolta di Salerno ha cementato l’unità antifascista, decisiva per la scelta repubblicana e la Costituzione. Il sì all’articolo 7 ha posto le basi per superare una contrapposizione ideologica fortissima in un Paese segnato dalla questione cattolica, l’amnistia ai repubblichini ha contribuito a voltare pagina e andare oltre“.

Si dovrebbe ripartire da qui tenendo presente, però, la necessità di evitare il rischio di monumentalizzare il passato e di chiudere gli occhi di fronte ai nodi dolorosi e tragici che hanno segnato la storia del comunismo internazionale. Il passato non può e non deve essere una palla al piede, ma tenere gli occhi chiusi non serve. È un atteggiamento infantile.

Come Togliatti si chiedeva in un articolo pubblicato su “Rinascita” (nn. 5-6 / 1956), “È possibile un giudizio equanime sull’opera di Alcide De Gasperi?”. Noi ci auguriamo che prima o poi sia possibile un giudizio equanime sull’opera di Palmiro Togliatti.




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