Togliatti, la morte di De Gasperi e la formula centrista svuotata

Alcide De Gasperi Libertas

Da Champoluc, dove si trovava in vacanza, il segretario del Pci Togliatti fa sapere al partito che non andrà ai funerali di De Gasperi. Il “Cancelliere”– come era stato battezzato dopo che, nel maggio del 1947, aveva posto fine al governo ciellenistico – si era spento a Sella Valsugana, nel suo Trentino, il 19 agosto 1954, all’età di 73 anni. Era nato il 3 aprile 1881 a Pieve Tesino di Trento, in territorio dell’impero austro-ungarico.

“Sono contro – scrive in forma privata il segretario comunista – qualsiasi forma di embrassons-nous presente il cadavere; anzi la cosa profondamente mi ripugna come una volgarità e una ipocrisia”.

Dal 1947 al 1954 si erano consumate rotture tremende: l’affondamento dell’alleanza resistenziale, la sconfitta del 18 aprile 1948, la cosiddetta “legge truffa”, non scattata d’un soffio il 7 giugno 1953 ma che in sede legislativa era stata causa di una battaglia parlamentare durissima.

In Togliatti è forte la convinzione, ma anche il sentimento, che l’epoca della Resistenza, dell’unità nazionale e della Costituente, che aveva sconfitto la monarchia e licenziato una Costituzione di alto profilo democratico, fu una “sorta di età dell’oro” (A. Agosti, 2003). E la Dc di De Gasperi di quella rottura fu l’artefice.

Sull’Unità del 20 agosto 1954, però, afferma: “La solennità dell’ora non è propizia alla oggettività fredda che persino potrebbe sembrare irriverente. È giusto, del resto, che nel momento dell’ultimo distacco scompaiano le asprezze che dalla lotta stessa furono imposte a chi la lotta non combatte per giuoco, ma spinto da necessità e convinzione profonda e l’animo si fermi a considerare ciò che fu comune, ciò che fu vissuto insieme, in unità sia pur temporanea di propositi e azione. Questo fu, tra De Gasperi e noi, lo sforzo assieme compiuto e il travaglio assieme sofferto quando l’Italia era stata gettata nell’abisso…”.

L’occasione per affrontare con “oggettività” l’azione politica di De Gasperi sarà offerta a Togliatti alcuni anni dopo, sul n. 5-6 di Rinascita del 1956, con il lungo articolo dal titolo “È possibile un giudizio equanime sull’opera di Alcide De Gasperi? I problemi del movimento cattolico“.

In esso Togliatti esprime un giudizio molto severo sul leader democristiano: “Le lodi che si fanno al capo democristiano per aver tenuto fede alla formula centrista, anche dopo il 18 aprile, che gli aveva dato la maggioranza assoluta, hanno scarsissimo valore“.

Il centrismo, infatti, per il segretario del Pci era diventata una formula svuotata delle sue potenzialità riformatrici e lasciata di fatto in mano al “quarto partito” (quello degli industriali, “del grande capitale monopolistico”) e alla volontà della chiesa di Pio XII di “sottomettersi tutto l’organismo dello Stato”.

Tutta l’articolata analisi sviluppata nel saggio sul ruolo di De Gasperi e della Dc nelle sue varie componenti si snoda dalla constatazione che dalla vocazione di “partito di centro che si muove a sinistra”, come si espresse lo statista trentino, finirà a destra “sotto la pressione delle classi medie e dell’urgenza dei problemi economici” (Mammarella, 1970).

Nonostante ciò riconobbe sempre a De Gasperi l’esclusività della rappresentanza del partito dei cattolici. Illuminante in questo senso è come liquidò Dossetti, espressione dell’inquietudine della sinistra democristiana davanti alle mancate risposte ai problemi sociali, definendolo “il più ‘medioevale’ degli integralisti”.

Tuttavia sarebbe ingiusto rileggere unicamente in chiave ideologica il testo togliattiano, perché ci offre, in realtà, uno sguardo d’insieme interessante (naturalmente criticabile) sulle dinamiche interne della Dc e del rapporto tra essa, la società italiana e la Chiesa cattolica; ci offre, inoltre, motivi di riflessione sulla “democrazia protetta” (dalla destra fascista, ma soprattutto dalla sinistra comunista) che aveva in mente De Gasperi – constatando la crisi con gli alleati del 1948 – nel proporre la cosiddetta “legge truffa” e sull’abortita “operazione Sturzo”, che mirava a coinvolgere in una lista civica le destre della Capitale per impedire che le “forze dell’ateismo” governassero la Città eterna.

Domanda Togliatti ai biografi del Trentino: la sua fu un’opposizione ideale all’operazione Sturzo oppure “si limitò egli, con minor eroismo aperto, a dire che se così lo si voleva, lo si facesse, ma senza di lui?”.

Il mancato scatto della legge [“truffa”] fu molto più di un fatto tecnico. […] Soltanto adesso, a distanza di anni, riusciamo a comprendere davvero quel che significò la sconfitta per De Gasperi. […] La memoria ci aiuta a ricordare l’ostilità che egli era riuscito ad accumulare nella stessa Dc. Aveva perduto, come testimonia Andreotti, la capacità di colloquio anche con parlamentari democristiani, molti dei quali non conosceva personalmente. Non era riuscito a dominare la corruzione, dilagante già allora tra i potenti della Dc e sulla quale si era impegnato formalmente con Pio XII; i comunisti avevano impostato non senza successo pubblicitario la loro propaganda elettorale sui ‘forchettoni’. Infine, pareva battuto proprio un certo tipo di anticomunismo che per De Gasperi era giunto a giustificare ‘quasi tutto’” (Orfei, 1976).




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